Il trauma di Marignano: dove nacque il rifiuto della guerra

Settembre 1515. La sconfitta dei mercenari svizzeri in Lombardia cambia per sempre la mente di Zwingli e getta un'ombra lunga sul futuro dei Cantoni.

Il trauma di Marignano: dove nacque il rifiuto della guerra

Zwingli sul campo degli sconfitti.

C'è un filo invisibile ma robusto che unisce i grandi eventi della storia svizzera del Cinquecento. Per capire le scelte di una città o l'evoluzione di un pensiero, spesso occorre guardare indietro, a volte anche di molti anni.

Se nel giugno del 1529 la Confederazione è riuscita a evitare un conflitto fratricida preferendo la condivisione di un pasto sul confine — come abbiamo visto nel recente post sulla Zuppa di Kappel —, lo si deve in gran parte al ricordo doloroso di ciò che era accaduto quattordici anni prima nelle pianure lombarde. Nel settembre del 1515, la Battaglia di Marignano aveva cambiato per sempre la coscienza di un intero popolo.


La macchina da guerra più temuta d'Europa

Per capire la portata di quella sconfitta, bisogna prima capire cosa erano i mercenari svizzeri agli occhi del mondo. Non semplici soldati a pagamento: erano la fanteria più temuta d'Europa da quasi un secolo.

Il loro segreto si chiamava quadrato di picchieri: una formazione compatta di migliaia di uomini, spalla a spalla, armati di picche lunghe quattro o cinque metri. Una massa vivente che avanzava senza un capo unico, guidata dallo spirito comunitario dei cantoni, capace di respingere la cavalleria pesante e di sfondare qualsiasi linea nemica. Non c'era re in Europa che non volesse questi uomini dalla sua parte, e non c'era esercito che li affrontasse senza tremare.

A Novara, nel giugno del 1513, avevano toccato il vertice della loro gloria: usciti all'alba da una città assediata, senza artiglieria, scalzi nel fango, avevano sbaragliato in poche ore l'esercito francese catturando tutti i 22 cannoni nemici. (Di quella vittoria straordinaria parleremo nel prossimo post.)

Due anni dopo, però, il mondo era cambiato.


La "Battaglia dei Giganti"

Il 13 settembre 1515, alle porte di Marignano — oggi Melegnano, sedici chilometri a sudest di Milano — tre enormi quadrati svizzeri, settemila uomini ciascuno, marciarono incontro all'esercito di Francesco I di Francia. La maggior parte era scalza, senza armatura. Avevano deliberato di non fare prigionieri — tranne il re.

Dall'altra parte li aspettavano settanta pezzi d'artiglieria pesante, fusi in bronzo, schierati su trincee appositamente scavate. Più ventisei mila lanzichenecchi, quasi tremila cavalieri pesanti, e la promessa dell'arrivo delle forze veneziane.

Il primo giorno andò quasi bene, per gli svizzeri. Il corpo centrale sfondò le linee francesi in un'ora, mettendo in rotta i lanzichenecchi. Solo il buio fermò l'avanzata. I due eserciti interruppero il contatto verso mezzanotte, alla luce fioca della luna, per contare i morti e riorganizzarsi. Francesco I usò quelle ore per richiamare in tutta fretta la cavalleria veneziana.

Il 14 settembre, all'alba, i quadrati svizzeri tornarono all'assalto. Questa volta i settanta cannoni francesi erano pronti. Tiravano a bruciapelo, aprendo varchi sanguinosi nelle formazioni. Il centro svizzero fu decimato prima ancora di raggiungere il nemico. Verso le otto del mattino, da sud, arrivò il grido che sigillò il destino della giornata: "San Marco! San Marco!" — la cavalleria veneziana cadeva sul tergo dell'esercito elvetico.

Verso mezzogiorno, gli svizzeri superstiti iniziarono a ripiegare su Milano.

Il bilancio fu catastrofico: tra novemila e diecimila morti svizzeri, quasi la metà degli uomini impiegati. Gian Giacomo Trivulzio, veterano di decine di battaglie, la definì semplicemente "la battaglia dei giganti". Francesco I, commosso dalla strage, fece celebrare messe solenni per tre giorni nella chiesa di San Giuliano e poi fece erigere una cappella espiatoria sul luogo del massacro.

Intere valli alpine avevano perso una generazione di uomini in un solo fine settimana.


Gli occhi di Zwingli sul massacro

Tra la nebbia e il fumo di Marignano si muoveva anche un uomo che non impugnava la picca, ma la Bibbia: Ulrico Zwingli. Aveva trentun anni, era cappellano militare delle truppe di Glarona, e non era nuovo alle campagne d'Italia. Due anni prima, a Novara, aveva assistito al trionfo. Aveva visto gli uomini tornare a casa carichi di gloria e di bottino.

Marignano fu l'altra faccia di quella medaglia.

Curare i feriti, ascoltare le ultime confessioni di ragazzi agonizzanti, assistere allo strazio dei corpi lasciati nel fango della Lombardia: fu un'esperienza che lo segnò per il resto della vita. Tornato in patria, la sua opposizione al sistema del servizio mercenario — il Reislaufen, la vendita di vite umane ai sovrani europei in cambio di denaro — divenne il cuore della sua predicazione. E poi della sua Riforma teologica.

Quella ricerca di pace che portò alla tregua di Kappel nel 1529 nacque proprio tra i morti di Marignano.


Scintille nell'ombra: un legame silenzioso

I grandi traumi storici non colpiscono solo i teologi o i generali, ma lasciano segni indelebili anche nelle vite delle persone comuni, di chi si trovava nelle retrovie a subire il peso della storia.

Nel mondo di "Morgenstern" (il mio primo romanzo), le conseguenze di quel lontano 1515 si avvertono nel carattere e nei silenzi dei protagonisti che muovono i loro passi a Basilea. Dietro le prime linee di Marignano, tra il fumo delle forge da campo e il rumore del ferro battuto, si muoveva un mondo invisibile di artigiani incaricati di riparare corazze e affilare lame. Chissà se tra quelle scintille e il fango della Lombardia non abbia mosso i suoi primi passi, ancora adolescente e come semplice apprendista fabbro, proprio il giovane Klaus, prima di incrociare il suo destino con quello di Michael.

Le cicatrici di chi ha visto la fine di un mito da ragazzo sono spesso quelle che faticano di più a rimarginarsi, condizionando le scelte e le fedeltà degli anni a venire.


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Lo scrigno segreto
Il coperchio non era chiuso a chiave. Si aprì con un cigolio leggero che parve un sospiro. Michael si aspettava di trovare le monete che il padre non aveva versato alla chiesa. Si aspettava l'oro della “decima rubata al Signore”, o magari qualche gioiello di famiglia salvato dalla miseria. Invece, la scatola era piena di carta. Fogli ingialliti, piegati e ripiegati, nascosti per anni sotto i piedi di chi lavorava.
Michael ne prese uno a caso.
E il silenzio della bottega non fu più silenzio.
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Ultimo aggiornamento: 20 febbraio 2026

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