L'ultima battaglia del Medioevo: il giorno in cui gli svizzeri toccarono il cielo

Giugno 1513. Scalzi nel fango della Lombardia, senza artiglieria, i mercenari svizzeri sbaragliano l'esercito francese in poche ore. È l'apice di un mito. E il seme della sua fine.

L'ultima battaglia del Medioevo: il giorno in cui gli svizzeri toccarono il cielo

Chi conosce la fine di una storia, fatica a immaginare come si sentivano coloro che la vivevano dall'inizio. Nel settembre del 1515, a Marignano, i mercenari svizzeri furono travolti dall'artiglieria francese in quello che ancora oggi viene ricordato come uno dei traumi fondativi della Confederazione — come abbiamo raccontato nel post dedicato a quella battaglia.

Ma due anni prima, sulle stesse pianure lombarde, lo stesso esercito aveva compiuto qualcosa che sembrava impossibile. Qualcosa che aveva fatto tremare i sovrani d'Europa e alimentato un'arroganza destinata a costargli cara.

Il 6 giugno 1513, nei campi attorno alla cascina Ariotta, a pochi chilometri da Novara, gli svizzeri avevano toccato il cielo.


Un popolo di soldati, un continente di clienti

Per capire cosa accadde a Novara, bisogna prima capire il sistema che lo rese possibile.

I cantoni svizzeri non erano ricchi. Le valli alpine offrivano poco: pascoli, legname, qualche via di transito. Quello che avevano in abbondanza era uomini capaci di combattere. E nel Cinquecento, i re d'Europa erano disposti a pagare molto bene per averli.

Il meccanismo si chiamava capitolazioni militari: accordi formali tra i cantoni e le monarchie straniere, con cui i cantoni si impegnavano a fornire un numero preciso di soldati in cambio di denaro, pensioni ai governi e privilegi commerciali. Non era fedeltà — era un contratto. E i cantoni non esitavano a cambiare cliente quando conveniva. All'inizio del Cinquecento erano alleati della Francia. Poi, dal 1510, passarono dalla parte del Papa contro la Francia stessa. Fu così che si ritrovarono, nel 1513, a difendere il Ducato di Milano con la spada puntata proprio contro i francesi che fino a poco prima li avevano assoldati.

Le pensioni e i pagamenti non andavano solo nelle casse dei governi cantonali. Parte del denaro finiva nelle tasche dei capi militari, dei consiglieri, degli uomini di potere. Era un sistema che attraversava e corrompeva l'intera società svizzera — e che sarebbe diventato il bersaglio principale di un giovane cappellano di Glarona di nome Ulrico Zwingli.

Ma nel giugno del 1513, tutto questo era ancora lontano.


La trappola si chiude

Il Ducato di Milano era, dal 1512, sotto il controllo effettivo degli svizzeri. Il duca nominale era Massimiliano Sforza, ma era poco più di un fantoccio nelle loro mani. La Francia di Luigi XII voleva riprendersi quello che considerava suo, e nel 1513 tornò in forza: quattordicimila uomini, cavalleria pesante, archibugieri, e un parco di ventidue cannoni.

L'obiettivo immediato era Novara, dove un piccolo presidio svizzero resisteva all'assedio. La situazione era difficile, ma il 4 giugno arrivò la notizia che cambiò tutto: ottomila rinforzi svizzeri stavano scendendo dalle Alpi. I generali francesi — Louis de la Trémoille e Gian Giacomo Trivulzio — capirono di rischiare di restare intrappolati tra due fuochi. Ordinarono la ritirata.

Si accamparono a pochi chilometri a est della città, nei campi attorno alla cascina Ariotta, sulla strada per Trecate. Era una posizione che sembrava ragionevole: avevano i cannoni, avevano la cavalleria, avevano i lanzichenecchi tedeschi. Pensavano di avere il tempo.

Non lo avevano.


L'alba che cambiò tutto

Nella notte tra il 5 e il 6 giugno, gli svizzeri lasciarono Novara in silenzio, divisi in tre colonne. Molti erano scalzi. Quasi nessuno aveva un'armatura completa. Non avevano artiglieria propria.

Avevano le picche, la disciplina dei cantoni, e l'effetto sorpresa.

All'alba del 6 giugno le tre colonne colpirono contemporaneamente da direzioni diverse. La prima attaccò la cavalleria leggera francese sul fianco e la costrinse alla fuga. La seconda si lanciò frontalmente sull'artiglieria nemica per tenerla impegnata e impedirle di fare fuoco. La terza aggirò i cannoni e colpì la fanteria pesante da tergo.

Il terreno aiutò: Trivulzio aveva fatto allagare i campi circostanti per rallentare eventuali assalti, ma il fango bloccò la cavalleria pesante francese proprio quando avrebbe dovuto intervenire a supporto della fanteria. I cavalli non riuscivano a muoversi. I cannoni, presi d'infilata, non fecero in tempo a sparare.

In meno di cinque ore era finita. I francesi persero tra cinquemila e settemila uomini. Gli svizzeri catturarono tutti i ventidue pezzi d'artiglieria nemici — e, dettaglio che dice tutto sullo spirito di quell'alba, li rivoltarono immediatamente contro la cavalleria avversaria in fuga. I mercenari tedeschi catturati furono giustiziati sul posto: tra svizzeri e lanzichenecchi correva un odio antico e reciproco che nessuna resa poteva ammorbidire.

Lo storico novarese Mario Troso ha definito l'Ariotta "l'ultima battaglia del Medioevo": l'ultima volta in cui un esercito composto esclusivamente di fanteria riuscì a sbaragliare un avversario dotato di cannoni, cavalleria e fanteria combinati. Due anni dopo, a Marignano, quella stagione sarebbe finita per sempre.


Il peso della gloria

La vittoria dell'Ariotta ebbe conseguenze che andarono ben oltre il campo di battaglia.

Sul piano militare, confermò agli occhi d'Europa ciò che tutti già sapevano: la parola svizzero era sinonimo di soldato imbattibile. Machiavelli li citò come il più grande esercito dell'epoca. Ogni sovrano del continente voleva le loro picche dalla propria parte.

Sul piano territoriale, le campagne d'Italia stavano già ridisegnando la carta geografica a nord. Sin dai primi anni del secolo, i cantoni di Uri, Svitto e Nidvaldo avevano strappato al Ducato di Milano Bellinzona, la Riviera e la Leventina, riconosciute dalla Francia come baliaggi svizzeri col trattato di Arona del 1503. Dopo il 1512, Lugano e Locarno seguirono la stessa sorte. Quei territori italofoni, governati in comune dai cantoni, sarebbero diventati il Canton Ticino solo nel 1803 — ma le radici di quella presenza stavano esattamente qui, in questo periodo di espansione militare verso sud.

Sul piano politico interno, la vittoria alimentò l'arroganza che avrebbe contribuito alla catastrofe di Marignano. Se nel settembre del 1515 molti capitani svizzeri scelsero di attaccare invece di accettare la pace offerta da Francesco I, lo fecero anche perché due anni prima avevano sbaragliato un esercito numericamente superiore con le mani nude all'alba. Chi aveva fatto questo, che cosa aveva da temere?


Zwingli, tra gloria e dubbio

Tra i soldati di Glarona che uscirono da Novara all'alba del 6 giugno 1513 c'era anche un cappellano militare di ventinove anni: Ulrico Zwingli. Non combatté — il suo compito era benedire le truppe, assistere i feriti, accompagnare i morenti. Ma vide tutto.

Il successore di Zwingli, Heinrich Bullinger, avrebbe ricordato che il riformatore "si era comportato con onore e coraggio nei combattimenti, con consiglio, parole e azioni". A Novara, quelle azioni si svolsero in un contesto di vittoria totale. Gli uomini di Glarona tornarono a casa vivi, carichi di gloria. Il sistema funzionava.

Ma qualcosa, già allora, stava cambiando in lui. Proprio in quegli anni Zwingli aveva cominciato a studiare il greco da solo per leggere i Vangeli nel testo originale. L'incontro con Erasmo da Rotterdam, che avvenne nella primavera del 1516 a Basilea, avrebbe accelerato una trasformazione già in corso. Il cappellano che benediceva le picche stava diventando, lentamente, il predicatore che le avrebbe condannate.

A Novara vinse. A Marignano pianse. Tra quei due giorni lombardi, a due anni di distanza, si trova il nucleo di tutto ciò che Zwingli sarebbe diventato.


Un'eco lontana tra le pagine di Morgenstern

Nella Basilea di Morgenstern, Zwingli non compare mai in prima persona. È una presenza laterale, una voce che risuona nelle piazze, un nome che si pronuncia sottovoce nelle botteghe. Eppure il mondo che i protagonisti abitano porta i segni di ciò che quest'uomo vide e pensò, delle battaglie a cui assistette, delle domande che portò con sé dalle pianure lombarde fino alle rive del Reno.

Le grandi idee raramente nascono in una biblioteca. Nascono sul campo, tra il fango e il sangue, quando qualcuno che sa leggere le Scritture si trova a fare i conti con ciò che gli uomini si fanno l'un l'altro in nome di un contratto e di una pensione.

Novara fu il momento del trionfo. Ma i trionfi, a volte, sono le domande più difficili a cui rispondere.


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Lo scrigno segreto
Il coperchio non era chiuso a chiave. Si aprì con un cigolio leggero che parve un sospiro. Michael si aspettava di trovare le monete che il padre non aveva versato alla chiesa. Si aspettava l'oro della “decima rubata al Signore”, o magari qualche gioiello di famiglia salvato dalla miseria. Invece, la scatola era piena di carta. Fogli ingialliti, piegati e ripiegati, nascosti per anni sotto i piedi di chi lavorava.
Michael ne prese uno a caso.
E il silenzio della bottega non fu più silenzio.
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Ultimo aggiornamento: 20 febbraio 2026

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