Il giorno in cui Locarno perse la sua classe dirigente: l'esilio dei riformati del 1555
Un centinaio di locarnesi lasciano la loro città per non rinunciare alla fede riformata. Non fu solo una questione di coscienza: fu anche, e forse soprattutto, una questione di equilibri politici tra cantoni.
L'esilio dei protestanti (ricostruzione IA)
Nel post dedicato alla battaglia di Novara abbiamo raccontato di un giovane cappellano di Glarona, Ulrico Zwingli, che tornò a casa vivo da un campo di battaglia e cominciò, lentamente, a mettere in discussione il mondo che lo aveva forgiato. Sei anni dopo Novara, quello stesso Zwingli avrebbe dato inizio, a Zurigo, a una rivoluzione religiosa destinata a cambiare per sempre la mappa confessionale della Svizzera.
Ma le idee, una volta nate, non chiedono il permesso per attraversare le montagne.
Nel 1555, un centinaio di uomini, donne e bambini lasciarono Locarno per Zurigo. Non erano mercenari, non erano soldati. Erano notai, medici, mercanti, membri delle famiglie più in vista della città: Duno, Muralto, Orelli, Appiani, Marcacci. Portavano con sé una fede che il resto della Confederazione non era disposto a tollerare a sud delle Alpi.
La domanda che vale la pena porsi non è solo "perché se ne andarono". È: chi decise, davvero, che dovessero andarsene? E perché?
Una città governata da dodici padroni
Per capire Locarno nel Cinquecento, bisogna prima capire una parola: baliaggio.
Dopo le guerre d'Italia del primo Cinquecento, che avevano visto gli svizzeri sbaragliare i francesi a Novara nel 1513 (e poi soccombere a Marignano nel 1515), Locarno passò sotto il controllo condiviso dei dodici cantoni confederati. Non apparteneva a nessuno di loro in particolare: apparteneva a tutti, insieme. Era una signoria comune, un territorio ennetbirgico, amministrato da governatori (i landfogti) che si alternavano ogni due anni, mandati a turno dai vari cantoni.
Il potere reale, però, restava in buona parte nelle mani dei locarnesi stessi. Un consiglio territoriale di ventun membri gestiva l'amministrazione quotidiana. I capitanei, nobili locali, esercitavano un'influenza economica e politica considerevole. Il cancelliere del territorio, il landschreiber, era forse l'uomo più potente di tutti: era una carica permanente, mentre i governatori cambiavano ogni due anni. Chi occupava quel posto conosceva la città meglio di chiunque altro, e restava mentre gli altri passavano.
Un sistema simile, fatto di poteri sovrapposti tra cantoni ormai divisi per confessione, funzionava fino a quando tutti erano d'accordo sulle cose fondamentali. La fede, nel Cinquecento, era una di queste.
Semi che attraversano il San Gottardo
Fino alla fine degli anni Trenta del Cinquecento, la Riforma di Zwingli non aveva quasi toccato Locarno. Il Gottardo faceva da filtro: a nord si combatteva per Lutero e Zwingli, a sud tutto restava come prima.
Poi qualcosa cambiò. Nel 1531 un frate carmelitano attivo a Locarno, Baldassare Fontana, scrisse a Zurigo chiedendo libri e testi dei riformatori. Fu una crepa piccola, quasi invisibile. Da quella crepa, nel giro di un decennio, filtrò tutto il resto.
Il protagonista di questa infiltrazione silenziosa fu un prete e maestro di scuola, Giovanni Beccaria, milanese, alla guida della scuola latina di Locarno dal 1536. Verso il 1539 Beccaria visse quella che i suoi contemporanei avrebbero chiamato un'illuminazione evangelica: la salvezza viene dalla sola fede, non dalle opere né dai sacramenti amministrati dalla Chiesa di Roma. Inizialmente evitò una rottura aperta: predicava sermoni evangelici, ma continuava, formalmente, a celebrare messa.
Non durò. Beccaria era un oratore capace, e i suoi allievi migliori, Taddeo Duno e Martino Muralto, si convertirono con lui. Due frati, Benedetto da Locarno e Cornelio di Sicilia, iniziarono a predicare messaggi evangelici già dal 1542. Il governatore protestante Joachim Bäldi, di Glarona, facilitò l'arrivo di testi e opuscoli riformati negli anni Quaranta. Nel 1544 Beccaria iniziò una corrispondenza con Konrad Pelikan, riformatore di Zurigo: "il numero dei credenti cresce di giorno in giorno", scriveva Beccaria nel 1546, "anche se l'Anticristo non smette, attraverso i suoi falsi maestri, di opprimere quelli che sa avere opinioni pure e fedeli su Cristo".
Non era più un fenomeno marginale. Era una comunità organizzata, con legami solidi verso Zurigo, e con simpatizzanti tra le famiglie più influenti della città.
Quanto ci vuole, ti sarai chiesto leggendo, perché un'idea religiosa smetta di essere una questione privata e diventi un problema di stato?
La disputa del castello
I cattolici locarnesi cominciarono a preoccuparsi sul finire degli anni Quaranta. I timori che il Ticino potesse diventare un bastione riformato sembrarono confermarsi quando, nel 1545, un predicatore evangelico venne espulso da Lugano. Nel 1548 il governatore uscente, Jakob Feer di Lucerna, consigliò ai politici cattolici svizzeri di bandire Beccaria. Walter Roll, uritese devoto e cancelliere di Locarno dal 1540 al 1556, condivideva la stessa determinazione: la Riforma andava sradicata.
C'era anche un problema legale, oltre che teologico. La Seconda Pace di Kappel del 1531, quella firmata dopo la morte di Zwingli sul campo di battaglia, aveva consolidato la divisione confessionale della Confederazione e riconosciuto a ogni cantone un ampio controllo religioso sul proprio territorio. Nei baliaggi comuni, però, applicare questo principio era tutt'altro che semplice: Locarno dipendeva insieme da cantoni cattolici e da cantoni riformati. Chi decideva, in un caso simile? I legami stretti tra i protestanti locarnesi e Zurigo confermavano, agli occhi dei cantoni cattolici, il sospetto peggiore: che si trattasse non solo di una questione di coscienza, ma di un gioco pericoloso di sovversione politica e religiosa.
Per verificare la sincerità della comunità evangelica, i cantoni cattolici decisero che serviva una disputa teologica pubblica. Si tenne il 5 agosto 1549, nel castello visconteo di Locarno. Fu un disastro per i riformati. Interrogato direttamente dal governatore cattolico Nikolaus Wirz, di Untervaldo, se credesse nei dogmi fondamentali della Chiesa cattolica, Beccaria non seppe (o non volle) rispondere in modo convincente. Venne incarcerato subito dopo la disputa, ma rilasciato quasi subito in seguito alle proteste suscitate dal suo fermo. Temendo nuovi disordini, lasciò comunque Locarno e si ritirò in Val Mesolcina, dove i cantoni evangelici, informati delle sue tribolazioni, gli permisero di continuare a insegnare e predicare. Il suo allievo Duno ne raccolse l'eredità, diventando la nuova guida della comunità.
Il 9 luglio 1554 i riformati locarnesi presentarono al Consiglio di Zurigo una confessione di fede in latino, la Locarnensium fidelium brevis confessio, redatta con ogni probabilità da Duno e da Lodovico Ronco. Il documento, in linea con la dottrina delle chiese riformate svizzere, convinse pienamente Zurigo dell'ortodossia della comunità locarnese, ma non bastò a evitarne l'espulsione. Fu comunque un atto di resistenza teologica. Tra il 1550 e il 1556 si succedettero a Locarno tre governatori protestanti, di Basilea, Sciaffusa e Zurigo, e nessuno di loro riuscì a scalfire il potere di Walter Roll, che continuava a lavorare, metodicamente, per l'eliminazione della Riforma dalla città. Forte del clima di restaurazione cattolica avviato dalle prime sessioni del Concilio di Trento, ancora in corso, Roll credeva di agire con piena legittimità religiosa.
L'assedio diplomatico
Qui entra in scena la parte meno raccontata di questa storia: quella politica, giocata lontano da Locarno, nelle sale dove i cantoni discutevano dei propri interessi.
I riformati locarnesi speravano nell'appoggio dei cantoni protestanti della Confederazione. Ma quell'appoggio arrivò tiepido, e in parte non arrivò affatto. Berna era assai più interessata all'acquisizione della contea di Gruyère che al destino di un pugno di riformati lontani, oltre le Alpi. Il mantenimento della pace lungo il confine occidentale con la Savoia, reso urgente dallo scoppio della guerra d'Italia nel 1551, era una preoccupazione ben più pressante di Locarno. Antagonizzare i cantoni cattolici, per Berna, non era un rischio che valesse la pena correre.
Basilea e Sciaffusa, dal canto loro, mancavano semplicemente delle risorse e della determinazione per uno scontro aperto con i cattolici in nome dei locarnesi. Nell'ottobre 1554 Berna, Basilea e Sciaffusa dichiararono congiuntamente che la maggioranza cattolica di Locarno andava rispettata, confermando che la presenza protestante in città violava la Seconda Pace di Kappel. Zurigo protestò, isolata.
Nel novembre e dicembre 1554 la Dieta si riunì a Baden. Gli animi erano tesi lungo le linee confessionali. Grazie alla mediazione di Othmar Kunz, di Appenzello, e di Aegidius Tschudi, di Glarona, si trovò un compromesso: i protestanti locarnesi sarebbero stati incoraggiati ad abiurare e tornare al cattolicesimo. Chi avesse voluto restare fedele alla propria fede riformata avrebbe dovuto emigrare entro il 3 marzo 1555. Zurigo si oppose al compromesso e non vi aderì, ma non riuscì a impedirne l'applicazione da parte degli altri cantoni sovrani.
Fu così che Locarno si trovò a pagare, con la propria comunità evangelica, il prezzo di equilibri decisi altrove: tra Berna e la Savoia, tra Zurigo isolata e gli altri cantoni riformati poco disposti a esporsi, tra un cancelliere cattolico determinato e una Confederazione che, sopra ogni cosa, temeva la propria stessa frattura interna.
Fu davvero, come si disse allora, una questione di fede? O fu, più semplicemente, che nessuno a Berna o a Basilea era disposto a rischiare la pace confederale per un centinaio di persone lontane?
Il bivio del marzo 1555
Nel gennaio del 1555 emissari dei cantoni cattolici arrivarono a Locarno per proclamare la decisione della Dieta e sovrintendere al processo di riconversione e di emigrazione. Le comunità rurali attorno alla città erano rimaste in gran parte cattoliche, e non ebbero esitazioni. In città le cose andarono più lentamente.
Su una popolazione cittadina di quasi quattromila persone, in duecentoundici si dichiararono protestanti: settantuno uomini, cinquantaquattro donne, ottantasei bambini. Poi arrivò un periodo di pressione intensa, di tentativi di riconversione forzata. Il numero di chi restò pubblicamente fedele alla confessione riformata si ridusse all'incirca della metà. Quanti fossero davvero riconvertiti, e quanti invece conformisti che mantenevano in privato le proprie convinzioni, non lo sapremo mai con certezza. Furono costretti a confessarsi e a comunicarsi durante le festività pasquali del 1553 e del 1554, e la maggior parte obbedì: un segno, forse, di quanto fosse disperata la loro posizione più che di una conversione sincera.
Chi restò fermo dovette partire. Il 3 marzo 1555 un centinaio di persone lasciò Locarno. Non fu un cammino ininterrotto: trovarono accoglienza a Roveredo, in Val Mesolcina, proprio le terre dove Beccaria, l'uomo che aveva acceso la miccia, viveva ormai in esilio da sei anni. Vi rimasero quasi due mesi, mentre a Zurigo si definivano i termini della loro accoglienza. Il 1° maggio 1555 ripresero la marcia, valicando il passo del San Bernardino ancora in parte innevato. Arrivarono a Zurigo a metà maggio.
Cosa restò, cosa si perse
Heinrich Bullinger, successore di Zwingli alla guida della chiesa zurighese, accolse personalmente i profughi e si battè per loro. Fu grazie a lui che i locarnesi ottennero il permesso di celebrare il culto in italiano nella chiesa di San Pietro a Zurigo. Un dettaglio che vale la pena sottolineare: Bullinger dovette anche difenderli, in più occasioni, dall'accusa di essere anabattisti. Un'accusa infondata, ma che i loro contemporanei sollevarono comunque, forse per la vicinanza radicale delle loro posizioni religiose, forse semplicemente per screditarli agli occhi degli altri riformati.
L'accoglienza a Zurigo, però, non fu calorosa. Le corporazioni cittadine temevano che i profughi, sfruttando il proprio status, ottenessero vantaggi economici sleali. Alcune famiglie si spostarono ancora, verso Basilea, i Grigioni, la Valtellina, in cerca di nuove opportunità commerciali. Altre rimasero a Zurigo, dove costruirono, tra tensioni sociali e religiose ricorrenti, attività prospere. Sfruttarono la propria lingua italiana e i legami di fede condivisa per tessere reti commerciali con altri esuli italiani.
Col tempo, famiglie locarnesi come i Duno, i Muralto e gli Orelli ottennero la cittadinanza zurighese e assunsero ruoli di primo piano nella vita sociale, economica e religiosa della città. Un percorso simile fu compiuto da altre famiglie italofone emigrate a Zurigo in quegli stessi anni, tra cui i Pestalozzi. La storia di quella che sarebbe diventata la celebre libreria Orell Füssli si intrecciò più tardi proprio con la famiglia Orelli, germanizzata in Orell, che entrò nella compagine di un'importante tipografia protestante zurighese.
Locarno, dal canto suo, perse buona parte della propria classe dirigente: intellettuali, medici, mercanti, notai. Non tutta, e non tutti i locarnesi eminenti erano riformati. Ma fu una perdita di capitale economico e culturale che si fece sentire. Lo storico Piero Bianconi, riflettendo secoli dopo su questa vicenda, si chiese cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente: forse la città sarebbe diventata un vivace focolaio di fervore religioso ed economico, "quasi una Ginevra insubrica". Secondo Bianconi e parte della storiografia ticinese, l'espulsione contribuì al successivo ristagno della città, privandola di alcune delle famiglie potenzialmente più dinamiche: una lettura influente, anche se non un nesso causale che si possa dare per dimostrato in modo definitivo.
È una domanda che non ha risposta certa, ma che vale la pena porsi lo stesso: quanto ha pesato, sulla storia successiva di una città, l'aver scacciato chi la pensava diversamente? E quanto, di quello che chiamiamo "identità" di un luogo, è in realtà il risultato di chi vi è stato costretto ad andarsene?
Un'eco lontana tra le pagine di Morgenstern
Nel mondo di Morgenstern, la vicenda dei riformati di Locarno non compare mai direttamente: è troppo lontana, nello spazio, dalla Basilea in cui si muove Michael Pfirter. Ma il meccanismo che la governa è lo stesso che attraversa ogni pagina del romanzo.
Una comunità di fede si scontra con un ordine politico che, sopra ogni cosa, teme la propria frattura. Cantoni cattolici e cantoni riformati, pur divisi da tutto, trovano un accordo quando si tratta di preservare l'equilibrio confederale. La fede dei singoli diventa merce di scambio tra poteri più grandi di loro. E chi resiste, alla fine, paga con l'esilio, non perché abbia torto, ma perché nessuno, tra i potenti, ha interesse a difenderlo fino in fondo.
Michael Pfirter conosce bene questo meccanismo. Lo vive dall'altra parte della bilancia: non da esule, ma da uomo che il potere prova a usare per amministrare ciò che la fede ha messo in moto. La domanda che i riformati di Locarno si portarono dietro fino a Zurigo, quella su cosa valga davvero una convinzione quando i potenti decidono altrimenti, è la stessa che attraversa, di scena in scena, la Basilea riformata del romanzo.
Per approfondire:
- WIKI - Locarno, storia della Riforma (IT)
- WIKI - Roveredo, sosta degli esuli locarnesi (IT)
- Dizionario storico della Svizzera - Riforma (IT)
- Dizionario storico della Svizzera - Ticino, dominazione dei cantoni sovrani (IT)
- Dizionario storico della Svizzera - Giovanni Beccaria (IT)
- Dizionario storico della Svizzera - Locarno, comune (IT)
- Swiss National Museum Blog - The Protestants of Locarno (EN)
- CERL - Locarnensium fidelium brevis confessio, 1554 (IT)
- Simona Canevascini e Piero Bianconi, saggio introduttivo di Rodolfo Huber, L'esilio dei protestanti locarnesi, Armando Dadò Editore, Locarno, 2005
- Ferdinand Meyer, La comunità riformata di Locarno e il suo esilio a Zurigo nel XVI secolo, trad. e cura di Brigitte Schwarz, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2005 (edizione originale tedesca, 1836)
- Emidio Campi (a cura di), Locarnensium fidelium brevis confessio de articulis Christianae fidei et sacramentis, in Reformierte Bekenntnisschriften, vol. 1/3, Neukirchen-Vluyn, 2007, pp. 329-338
Dallo stesso autore
Morgenstern, il mio romanzo storico ambientato nella Basilea del 1500, è in vendita su Amazon o, con dedica, direttamente dall'autore.