Il vapore e il peccato: bagni pubblici e bordelli nella Basilea tra Quattrocento e Riforma

Dai bagni pubblici ai Frauenhäuser di Basilea: il lavoro nelle stufe, le ordinanze sui bordelli e la loro chiusura dopo la Riforma.

Un bagno pubblico nella Basilea del Quattrocento (ricostruzione IA)

Un bagno pubblico nella Basilea del Quattrocento (ricostruzione IA)

In breve, se hai fretta — Nella Basilea tardomedievale le stufe pubbliche (*Badstuben*) e il bordello cittadino (*Frauenhaus*) erano due istituzioni distinte, che il Consiglio regolava in modo diverso. Le stufe si svuotarono lentamente dopo l'epidemia del mal francese (1495), mentre il Frauenhaus, tollerato e tassato, fu chiuso per decreto nel 1534, dopo la Riforma. Le fonti basilesi non documentano le "ragazze da stufa" come categoria a sé, ma raccontano con precisione le regole, i conti e i processi del Frauenhaus. Con la chiusura venne meno anche il quadro di obblighi imposto ai gestori dei bordelli autorizzati; la sorte delle singole donne non è documentata.

Immagina un vicolo di Basilea nel tardo Quattrocento, all'ora in cui le botteghe abbassano le imposte. Davanti a una porta pende un fascio di fronde, il Badewedel. Non è un ornamento: è un'insegna. Dice che dentro la stufa è calda, che l'acqua è pronta, che si può entrare.

Chi ha letto il racconto del barbiere che ti curava (o ti operava) nel 1500 ha già incontrato il padrone di quel locale. Il Bader sapeva radere, cavare un dente, aprire una vena. Ma la sua bottega era anzitutto un luogo di vapore, di legna bruciata e di corpi nudi, e su quei corpi la città aveva da tempo idee molto precise.

Nelle ricostruzioni divulgative capita di trovare stufe e bordelli descritti come se fossero la stessa istituzione. Le carte di Basilea raccontano una storia più scomoda. Erano due istituzioni distinte, che si sfioravano ai margini e che il Consiglio trattava in modo diverso. La prima si svuotò piano, per paura del contagio e per il cambio dei tempi. La seconda fu chiusa con un atto di governo. Le fonti disponibili raccontano soprattutto il punto di vista delle autorità, benché registrino anche petizioni presentate dalle donne.


Un fascio di fronde sulla porta

Le stufe di Basilea compaiono nei documenti molto presto. Nel 1287 è citato Wernli der Bader, che abita sul Kohlenberg: il suo nome rimanda a una Badstube. Nel 1296 una donna di nome Agnes zer Sunnen concede in affitto ereditario la stufa «under den Kermern», alla Scheidergasse, al bagnino Martin e a sua moglie Guta.

L'acqua decideva la geografia. Attorno all'Andreasplatz le sorgenti erano tanto abbondanti da servire un'intera fila di stufe. Una di esse, nella casa «zum Sessel», cedeva parte del suo flusso al Consiglio, che lo convogliò con una conduttura fino alla fontana del Fischmarkt. Nella Kleinbasel, dove le sorgenti scarseggiavano, i bagni si allinearono lungo il Riehenteich. Altri si servivano del Birsig e del Rümelinbach.

Alcune stufe ebbero vita lunghissima. Quella «Ze Mülinstein» al Gerbergässlein è attestata dal 1362 e restò in funzione fino al 1814. Quella «zu Utingen» sul Blumenrain, vicina alla Schifflände e alle locande, è documentata dal 1342 e ancora nel 1610. Alla Streitgasse si trovava la «Mannheits Badstube», riservata agli uomini, che le carte citano tra il 1404 e il 1484. Secondo alcune tradizioni fu proprio lì che il 5 luglio 1417 scoppiò il grande incendio di Basilea. Nella Kleinbasel esisteva anche una stufa per sole donne, «zum Fröwlin», mantenuta fino al Seicento.

Che cosa si faceva, là dentro? Si sudava nel vapore versando acqua su pietre roventi. Ci si faceva battere la pelle con le fronde, che attivavano la circolazione. Si stendevano i corpi sulla panca del forno per i massaggi. Si sceglieva tra il bagno di vapore e la tinozza, o si ordinava un bagno di erbe per curare un malanno. Ci si faceva tagliare i capelli e levare i pidocchi. All'Ochsengasse, nella stufa degli uomini, nel 1437 è documentata anche una Schröpfstube, dove si applicavano le coppette.

Il mestiere stava dentro una corporazione. I Bader basilesi erano iscritti alla Zunft zum Goldenen Stern, quella dei chirurghi, perché cavare sangue e curare piccole ferite li avvicinava ai Wundärzte. Col tempo gli Scherer (da scheren, tosare) si separarono dai bagnini, e la corporazione li registrò come due mestieri distinti. Se vuoi capire come funzionava il sistema delle gilde, il post su mani sporche e onore nei mestieri di Basilea è il punto di partenza.

La stufa era anche un luogo di rappresentanza. Il Consiglio accompagnava gli ospiti illustri e gli ambasciatori in bagno, dopo il viaggio, a spese della città. Fino al 1431 i maestri e i consiglieri appena eletti della Schlüsselzunft ricevettero un Badgeld, un contributo per il bagno di festa.

Nelle stufe ci si lavava e ci si faceva curare, ma l'igiene non era quella di oggi. Panche e tinozze erano usate da molti clienti, e Rebmann ne ricorda i rischi.


Chi teneva acceso il fuoco

Il funzionamento di un bagno richiedeva personale per procurare acqua e legna, mantenere il fuoco, pulire i locali e assistere i clienti. Nelle fonti compaiono anche figure femminili, come la Badefrau, ma il termine da solo non dice quali ruoli esistessero nelle singole stufe di Basilea.

Altri centri di lingua tedesca mostrano che il lavoro poteva essere diviso tra chi scaldava, chi portava l'acqua e chi puliva. Applicare questo schema a Basilea, senza una norma locale, sarebbe però improprio.

Per Basilea bisogna essere onesti: gli studi che ho consultato tacciono su nomi, salari e tariffe di chi serviva nelle stufe. Espressioni come «ragazze da stufa» o Badermägde circolano oggi nella divulgazione, ma nelle fonti non compaiono come categoria con quel nome. Anche l'idea, ripetuta spesso, che i salari fossero bassi apposta perché le inservienti si arrangiassero con mance e favori non trova conferma nelle fonti citate.

Quello che si sa è più generale. Nel tardo Medioevo, in molte città tedesche, i bagni erano luoghi di convivio dove si mangiava, si beveva, si suonava. Si poteva stare in tinozza in coppia o in gruppo, uomini e donne insieme, e col tempo il bagno promiscuo divenne anche occasione di incontri erotici dichiarati. Il Dizionario storico della Svizzera ricorda il legame tra bagni pubblici e prostituzione, ma il quadro varia da città a città. Per arginare i disordini, alcune città fissarono orari separati per i due sessi, o imposero stufe diverse. A Basilea la stufa «zum Fröwlin» per sole donne dimostra che la separazione era una soluzione conosciuta.

Roger Jean Rebmann descrive anche la reputazione erotica delle stufe, ma non fornisce un elenco di donne impegnate nella prostituzione all'interno dei singoli bagni basilesi. Il quadro che emerge è questo: è plausibile e ben attestato altrove che la prostituzione corresse anche attraverso le stufe, ma per Basilea la documentazione è indiretta. Chi scrive di «ragazze da stufa» come di un gruppo sociale preciso sta dicendo più di quanto le carte permettano.


Il bordello aveva un indirizzo e un affittuario

Il vero commercio sessuale organizzato di Basilea passava per un'altra porta. Si chiamava Frauenhaus, «casa delle donne», ed era un bordello autorizzato. Chi lo gestiva era un Frauenwirt o una Frauenwirtin. Tra le testimonianze più antiche figura Burckhart, indicato come «Frauenwirt di Aesch», il 4 luglio 1293 in una lista di testimoni qualificati come rispettabili. Il documento non consente di stabilire dove si trovasse il bordello da lui gestito.

Nel 1388 una disposizione vieta a una certa Elschin di tenere in casa sua, sotto la cappella di Sant'Osvaldo, le «figlie aperte» (le donne di tutti). Il Consiglio non voleva abolire il mestiere, voleva spostarlo. Nel 1457 un decreto ordina che le donne «sfarzose» che vivono tra la gente per bene vengano fatte spostare «dove tali donne appartengono», cioè ai margini. Nel 1480 un altro elenca le sedi tollerate: il Kohlenberg, la Lyss, la Malzgasse, la zona verso gli Spittelschüren. Era la stessa geografia dei boia e dei becchini.

Il Concilio di Basilea (1431-1449) portò in città numerosi visitatori e accrebbe anche la domanda di servizi a pagamento. Alcuni rappresentanti del Concilio si lamentarono con il Consiglio dei disordini. La risposta fu concreta: il 12 novembre 1432 la città acquistò per 160 fiorini una casa con cortile da Claus zu Freudenau e dalla sua famiglia; un altro acquisto, da Clausen Hötzli, costò 144 fiorini. Le registrazioni contabili indicano che le proprietà erano destinate alle «belle donne», espressione eufemistica per le prostitute. Gli atti non sono del tutto concordi sul numero di edifici del primo acquisto. Siamo a due passi dalla porta di Spalen, nella parte di città dove si scaricava ciò che il centro non voleva guardare.

Nel 1459, finito il Concilio e con la città in crisi, il Consiglio acquistò per 60 fiorini un'altra casa nello stesso quartiere, «zur Axt». L'acquisto precedette di un anno la fondazione dell'Università (1460). Rebmann ipotizza un collegamento con l'arrivo previsto degli studenti, senza presentarlo come un movente dimostrato. Nel 1471-1472 nel Frauenhaus della Lyss risultano un gestore, la moglie e otto donne. Nel 1497 una tassa imperiale di uno scellino per persona sopra i quindici anni registra nove scellini per la casa della Lyss. Sottraendo il gestore e l'eventuale moglie, Rebmann ipotizza circa sette donne.

Era un sistema duro, ma non privo di regole. Qualche esempio documentato, tutto dal dossier di Rebmann, che rimanda alle edizioni di fonti e agli studi indicati tra parentesi:

  • 1384: il gestore può trattenere per sé solo il terzo del guadagno di ciascuna donna. Chi viola la regola rischia un anno di bando davanti alle croci di confine. Nel 1409 la norma viene ripetuta e si vieta anche di arricchirsi rivendendo loro gli abiti a prezzo maggiorato. (J. Schnell, «Rechtsquellen von Basel», 1856: doc. 36 per il 1384, doc. 88 per il 1409)
  • 1497: i gestori devono permettere alle donne di andare in chiesa la domenica e nei giorni di festa. Devono anche pagare i loro funerali e le messe di suffragio. (K. Baas, «Gesundheitspflege im mittelalterlichen Basel», 1926, p. 22)
  • 1468: un gestore, Hans Wolf, e sua moglie sono condannati per avere picchiato a morte una donna del loro Frauenhaus, Adelheid di Zurigo. Lui alla ruota, lei a essere sepolta viva. Le pene furono poi ammorbidite per l'intercessione del margravio di Baden. Il processo mostra che l'omicidio di una donna del Frauenhaus poteva essere perseguito con pene severe. (K. Baas, 1926, p. 23; E. A. Meier, «Basler Almanach», vol. 2, 1989, p. 208)
  • 1480: un'ordinanza riconosce alle donne autorizzate il diritto di agire sotto un proprio vessillo contro la concorrenza abusiva; le altre potevano essere espulse dalla città. (J. Schnell, «Rechtsquellen von Basel», 1856, doc. 166; R. Wackernagel, «Geschichte der Stadt Basel», vol. 2/II, 1916, p. 922)

Ma c'era anche l'altro lato. Durante il giorno le donne dovevano restare dentro la casa, e uscivano solo la sera, dopo l'ora di coprifuoco, se qualcuno le chiamava altrove in città. Nel 1482 il Consiglio impose loro un mantello corto, non oltre una spanna sotto la cintura, e incaricò i servi cittadini di confiscarlo a chi ne portasse uno più lungo. Sulla moda come strumento di controllo sociale c'è un altro racconto, quello su Basilea e Venezia. Già nel 1417 una disposizione aveva imposto ai tenutari e sfruttatori identificati dalle autorità un cappello giallo con tre dadi cuciti sopra, perché molti vestivano così bene da passare per uomini rispettabili.

Poi c'è un episodio che vale più di tutta la normativa. Nel 1474 sette donne del Frauenhaus della Lyss avevano accumulato con il gestore, Henslin Winkler, un debito di 300 fiorini, oltre ai vestiti. Dopo una predica della Settimana Santa decisero di smettere. Si rivolsero al Consiglio, che accolse la richiesta e dispose che il gestore potesse reclamare il debito solo se fossero tornate a lavorare. Winkler non poté esigere subito il pagamento e dovette restituire alle donne i loro indumenti, secondo la ricostruzione di Eugen A. Meier. L'episodio documenta una possibilità di ricorso al Consiglio, senza dimostrare che analoghe richieste venissero sempre accolte.


Il mal francese entra in città

Nel 1495 compare in Europa un nuovo motivo di allarme. L'esercito di Carlo VIII raggiunge Napoli, e nel corso di quell'anno si diffonde un'epidemia che i contemporanei chiamano con nomi diversi: per gli italiani è il «mal francese», per i francesi il «mal napoletano». La ricerca storica riconosce che la prima grande epidemia ben documentata si verificò nell'area di Napoli negli anni 1494-1495 e che le descrizioni cliniche cambiarono nei decenni successivi. Sull'origine (importazione dall'America o malattia già presente in Europa) il dibattito resta aperto.

L'epidemia si diffuse con una velocità che spaventò i contemporanei. Anche le autorità interpretarono talvolta il morbo attraverso categorie religiose e morali, accanto alle preoccupazioni per il contagio.

A Basilea l'effetto sulle stufe fu lento e documentato. Nel 1505 il Consiglio vietò ai malati l'ingresso nelle stufe e minacciò di pena i bagnini che li avessero lasciati entrare. Poi la paura fece il resto. La Lustseuche, la «peste del piacere», svuotò a poco a poco le stufe nel corso del Cinquecento. Non fu un crollo, fu un'erosione. Non tutte chiusero: la «Ze Mülinstein» restò aperta fino al 1814, quella «zu Utingen» fino al 1610 almeno, il «Fröwlin» fino al Seicento. La piccola «Trüwe», nella Kleinbasel, chiuse invece verso il 1540.

Ai conti del Consiglio si affianca un altro aspetto della storia. Basilea, come altre città della Confederazione, forniva truppe ai grandi eserciti, e con le truppe partivano anche delle donne. I libri di spesa del Consiglio, studiati da Bernhard Harms e ripresi da Rebmann, registrano voci che oggi fanno impressione. Per la campagna di Digione del 1513 la città pagò un fiorino e uno scellino per confezionare le gonne di due donne partite con le truppe. Per la spedizione in Lombardia del 1515-16 comprò quattro paia di stivali, un fiorino e dodici scellini. E nella stessa campagna di Digione, una donna ingaggiata ufficialmente si ammalò di sifilide: la città le versò due fiorini e mezzo di risarcimento. La trattò, scrive Rebmann, come un invalido di guerra.

Quel 1513 è l'anno di Novara, di cui abbiamo raccontato la gloria e il crepuscolo. Due anni dopo arriva Marignano. Il sistema dei mercenari svizzeri, con tutto quello che portava dietro, aveva un'appendice poco celebrata: donne al seguito delle truppe, alcune delle quali furono equipaggiate con denaro cittadino. Le fonti citate non permettono di ricostruire le condizioni contrattuali individuali.


Il Consiglio cambia mestiere

Poi la città cambia fede, e con essa cambia la domanda su che cosa sia una buona città. Il 9 febbraio 1529 la folla entra nel Münster e abbatte le immagini: ne parla il racconto su il crepuscolo degli idoli. Il 1° aprile il Consiglio pubblica l'ordinamento della Riforma, preparato da Johannes Oecolampadius, un documento che regola la chiesa e, insieme, la vita pubblica.

Ma il Frauenhaus non sparisce di colpo. Nel 1530 il bordello della Lyss è l'unico di una certa importanza rimasto in città. Quello della Malzgasse ha avuto una fine diversa e terribile. Il 19 settembre 1526 un fulmine colpì la torre dello Schneiderturm, dove era custodita la polvere da sparo. L'esplosione fu spaventosa. Erasmo da Rotterdam vide la nube e raccolse la notizia da un chirurgo: nel «Töcher-Collegium» una donna era morta, un'altra stava morendo, una terza era senza speranza. Le vittime furono dodici, tra cui diverse prostitute della Malzgasse.

Secondo la ricostruzione riportata da Rebmann, Erasmo attribuì la gravità dell'esplosione alla cattiva gestione della polvere. I predicatori più zelanti videro invece nell'esplosione l'ira di Dio. Il Frauenhaus, danneggiato, non riaprì.

Nell'ottobre 1532 un documento chiede l'abolizione dell'ultimo Frauenhaus, quello della Lyss, e ci permette di ascoltare entrambe le parti. Gli avversari citano la Scrittura: nel Deuteronomio si dice che non ci sarà prostituta tra le figlie d'Israele, negli Atti ci si invita ad astenersi dalla fornicazione. Aggiungono l'esplosione della Malzgasse e l'omicidio di una Frauenwirtin della Lyss, avvenuto nel 1532 e raccontato anche dalla cronaca di Christian Wurstisen, come segni che Dio ha indicato la strada e punirà chi non la seguirà.

Nel testo polemico le donne non vengono presentate come soggetti con interessi propri. Sono le «donne sfarzose» che girano senza vergogna per le vie per far cadere la gioventù ingenua. Sono tentatrici, strumenti del peccato.

I difensori usano le armi di sant'Agostino: il bordello è un male necessario, serve a prevenire mali peggiori, come l'adulterio e il disonore delle ragazze. Serve ai garzoni artigiani, che per anni non potevano sposarsi e quindi non avevano alcuna relazione lecita. E serve, dicono alcuni cittadini, perché vogliono mogli e figlie devote. È una morale che oggi stupisce. I desideri degli uomini devono sfogarsi altrove, in modo che le donne di casa restino pure. Gli avversari rispondono con una frase che suona quasi moderna: con cuore puro non si possono avere, insieme, donne devote e prostitute.

Il Frauenhaus della Lyss fu chiuso nel 1534. Da quel momento la prostituzione fu bandita. Una legge del 1637, a più di cent'anni di distanza, la proibisce in città e in campagna, nelle osterie, nelle case del vino e in ogni altro rifugio. La prima volta la donna scoperta è espulsa dal paese. La seconda finisce alla gogna o viene immersa nell'acqua. La terza rischia la pena di morte.


Dopo il decreto

Che cosa accadde alle donne? Qui la cautela è d'obbligo, perché le fonti basilesi consultate non seguono il destino delle singole persone dopo il 1534. Quello che si può dire si riduce a tre punti.

Primo: la prostituzione non scomparve. Rebmann ricorda che, nonostante tutti i divieti, essa continuò a presentarsi a Basilea, come mostrano le sentenze. Dove c'è richiesta, l'offerta trova una strada.

Secondo: la legge del 1637 elenca osterie, case del vino e qualunque rifugio. Un legislatore elenca i luoghi dove si aspetta di trovare ciò che vuole eliminare. È un'inferenza, ma ragionevole: il commercio si era spostato nei locali comuni, fuori dalla sorveglianza che il Frauenhaus, con tutti i suoi limiti, garantiva.

Terzo: con il Frauenhaus vennero meno anche le regole che lo riguardavano, cioè il limite al prelievo dei gestori, il divieto di lucro sugli abiti e le prescrizioni sui funerali. Non si può però dedurre che ogni possibilità di ricorso alle autorità fosse scomparsa o che tutte le donne avessero perso un alloggio. La Riforma vedeva nel Frauenhaus una macchia sull'onore della città. Non vedeva, o non voleva vedere, le persone che ci vivevano dentro.

Le argomentazioni conservate insistono sull'ordine religioso e morale della città e non dicono con precisione che cosa significò la chiusura per ciascuna donna.


Un'eco lontana tra le pagine di Morgenstern

Quando in Morgenstern attraversi Basilea tra il 1515 e il 1535, ti muovi in una città in cui il corpo ha leggi e prezzi, e dove ciò che è tollerato oggi può essere vietato domani. È una città vista dal basso, dalle botteghe e dalle strade, da chi vive di mani e di fatica e sente per primo quando il Consiglio cambia idea.

Nella Basilea che cambia fede i grandi eventi, l'iconoclastia, le ordinanze, le alleanze, hanno sempre un rovescio concreto: una porta che si chiude, un mestiere che non vale più, una donna che perde il tetto.

Il romanzo non racconta direttamente le stufe né il Frauenhaus. Le ordinanze e i casi giudiziari ricordati qui appartengono però alla stessa Basilea in cui si muovono i suoi personaggi.

Fonti e bibliografia

Studi e risorse

Per approfondire

Ultima verifica storica: ottobre 2026

Patrice Pfirter

L'autore

Patrice Pfirter

Informatico di professione, nel tempo libero si dedica alla ricerca storica indipendente e alla scrittura. Cura le Cronache del 1500, scrive racconti di fantasia ed è autore del romanzo storico Morgenstern. Biografia e metodo di ricerca .

Copertina di Morgenstern

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Morgenstern, il mio romanzo storico ambientato nella Basilea del 1500, è in vendita su Amazon o, con dedica, direttamente dall'autore.

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Ultimo aggiornamento: 20 febbraio 2026

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