Locarno, 1555: perché i riformati furono costretti all'esilio

Nel 1555 un centinaio di locarnesi lasciò la città per non sconfessare il proprio credo.

Locarno, 1555: perché i riformati furono costretti all'esilio

L'esilio dei protestanti (ricostruzione IA)

Nel post dedicato alla battaglia di Novara del 1513 abbiamo incontrato un giovane cappellano di Glarona, Ulrico Zwingli. Tornato vivo da quel campo di battaglia, negli anni successivi iniziò a mettere in discussione molti aspetti della Chiesa del suo tempo. Nel 1519, a Zurigo, cominciò il percorso che avrebbe portato alla Riforma svizzera.

Poco più di trent'anni dopo, le conseguenze di quella frattura religiosa arrivarono anche a sud delle Alpi.

Nel marzo del 1555 circa un centinaio di uomini, donne e bambini lasciò Locarno. Non erano soldati né mercenari. Tra loro c'erano notai, medici, mercanti e membri di alcune delle famiglie più conosciute della città, come i Duno, i Muralto e gli Orelli.

Partirono perché avevano aderito alla fede riformata e non vollero tornare al cattolicesimo.

Ma per capire perché furono costretti a scegliere tra abiura ed esilio bisogna tornare indietro di qualche decennio.


Locarno sotto il governo dei cantoni svizzeri

Nel Cinquecento Locarno non apparteneva a un singolo cantone. Era un baliaggio comune, cioè un territorio amministrato collettivamente da più cantoni della Confederazione.

Dopo le guerre d'Italia e la sconfitta svizzera di Marignano nel 1515, Locarno passò sotto il controllo condiviso dei dodici cantoni confederati. A turno, ciascuno inviava un governatore che restava in carica per due anni.

La vita quotidiana della città, però, continuava a dipendere anche dalle autorità locali. Un consiglio territoriale di ventun membri si occupava dell'amministrazione, mentre alcune famiglie influenti mantenevano un peso economico e politico considerevole. Un ruolo particolarmente importante era quello del cancelliere, una carica stabile che garantiva continuità mentre i governatori si succedevano.

Questo sistema poteva funzionare finché i cantoni riuscivano a trovare un accordo sulle questioni fondamentali. Con la Riforma protestante la situazione cambiò: alcuni cantoni rimasero cattolici, altri aderirono alla nuova fede.

Locarno dipendeva da entrambi.


La Riforma arrivò anche a Locarno

Per diversi anni le idee della Riforma raggiunsero il territorio locarnese in modo frammentario. Il San Gottardo separava Locarno dai principali centri riformati della Svizzera tedesca, ma non impediva la circolazione di persone, libri e idee.

Nel 1531 il frate carmelitano Baldassare Fontana, attivo a Locarno, scrisse a Zurigo per chiedere libri e testi dei riformatori.

Pochi anni dopo arrivò in città Giovanni Beccaria, un prete milanese che dal 1535-36 dirigeva la scuola latina di Locarno. Intorno al 1539 aderì alle idee della Riforma. All'inizio evitò una rottura aperta con la Chiesa cattolica: predicava principi evangelici, ma continuava formalmente a celebrare la messa.

La situazione cambiò quando attorno a lui cominciò a formarsi un gruppo stabile di seguaci. Tra questi vi furono Taddeo Duno e Martino Muralto, due dei suoi allievi più importanti. Negli anni Quaranta anche altri predicatori diffusero idee riformate e Beccaria mantenne contatti sempre più stretti con Zurigo.

A quel punto non si trattava più di poche persone isolate. A Locarno esisteva ormai una vera comunità riformata, presente anche tra famiglie ben inserite nella vita economica e politica della città.

Ed era proprio questo a preoccupare le autorità cattoliche.


Quando la fede diventò un problema politico

Il conflitto non riguardava soltanto la religione. Riguardava anche il modo in cui la Confederazione governava i territori amministrati in comune.

Dopo la guerra religiosa del 1531, conclusa con la morte di Zwingli, i cantoni avevano raggiunto un accordo noto come Seconda Pace di Kappel. In sostanza, ogni cantone disponeva di un ampio controllo sulla religione praticata nel proprio territorio.

A Locarno, però, quel principio era difficile da applicare. Il baliaggio apparteneva contemporaneamente a cantoni cattolici e cantoni riformati. Se una parte della popolazione cambiava confessione, chi aveva il diritto di decidere quale fede dovesse prevalere?

Tra gli uomini più decisi a fermare la diffusione della Riforma vi era Walter Roll, cancelliere di Locarno e cattolico convinto. Grazie alla stabilità della sua carica conosceva bene gli equilibri locali e riuscì a esercitare un'influenza notevole durante tutta la crisi.

Nel 1549 i cantoni cattolici imposero una disputa teologica pubblica nel castello di Locarno. Il confronto, tenuto il 5 agosto, si bloccò già sulla questione dell'autorità del papa. Beccaria e Duno dichiararono che avrebbero accettato le conclusioni cattoliche soltanto se le avessero ritenute conformi alla Scrittura.

Non si trovò alcun accordo.

Sul piano politico, la disputa indebolì la comunità riformata. Beccaria fu arrestato, poi liberato dopo le proteste suscitate dal fermo. Poco dopo lasciò Locarno e si stabilì in Mesolcina. Nel giugno del 1550 fu nominato predicatore a Mesocco, dove continuò anche l'attività di maestro. A Locarno, Taddeo Duno assunse progressivamente il ruolo di guida della comunità.

Negli anni successivi i riformati cercarono di resistere e di ottenere l'appoggio dei cantoni protestanti.


Zurigo rimase quasi sola

Il sostegno che i locarnesi speravano di ricevere dal resto della Svizzera riformata fu più debole del previsto.

Zurigo difese con decisione la comunità di Locarno. Berna, Basilea e Sciaffusa furono invece molto più prudenti. Nessuna di queste città voleva trasformare la questione locarnese in un nuovo scontro aperto con i cantoni cattolici.

Berna, in particolare, aveva altre priorità politiche e territoriali e non intendeva mettere a rischio gli equilibri confederali per una piccola comunità riformata a sud delle Alpi. Nell'ottobre del 1554 Berna, Basilea e Sciaffusa finirono per riconoscere che a Locarno dovesse prevalere la maggioranza cattolica.

Zurigo si trovò così isolata.

Nel frattempo i riformati locarnesi cercarono di dimostrare di appartenere pienamente alla tradizione protestante svizzera. Il 9 luglio 1554 presentarono al Consiglio di Zurigo una confessione di fede in latino, la Locarnensium fidelium brevis confessio, probabilmente redatta da Taddeo Duno e Lodovico Ronco. Zurigo ritenne il documento pienamente coerente con la dottrina riformata, ma questo non bastò a cambiare il corso degli eventi.

Nel novembre e dicembre del 1554 i delegati dei cantoni si riunirono a Baden nella Dieta federale, l'assemblea in cui i membri della Confederazione affrontavano le questioni comuni.

Dopo lunghe discussioni fu raggiunto un compromesso. I riformati di Locarno sarebbero stati invitati a tornare al cattolicesimo. Chi avesse rifiutato avrebbe dovuto lasciare il territorio entro il 3 marzo 1555.

Zurigo si oppose alla decisione, ma non riuscì a impedirne l'applicazione.

A quel punto la questione era chiusa: per i riformati locarnesi restavano soltanto due possibilità.

Abiurare o partire.


Il bivio del 1555

Nel gennaio del 1555 emissari dei cantoni cattolici arrivarono a Locarno per comunicare ufficialmente la decisione e seguire il processo di riconversione.

Nelle campagne attorno alla città la popolazione era rimasta in gran parte cattolica. A Locarno, invece, la situazione era più complessa.

Su quasi quattromila abitanti, un conteggio dell'epoca registrò duecentoundici protestanti: settantuno uomini, cinquantaquattro donne e ottantasei bambini. Le fonti non concordano completamente sui numeri, ma mostrano comunque che la comunità riformata rappresentava una minoranza significativa.

Cominciarono settimane di forti pressioni. Una parte dei riformati accettò di tornare pubblicamente al cattolicesimo. Non sappiamo quanti lo fecero per convinzione e quanti soltanto per poter rimanere a Locarno. Già negli anni precedenti molti erano stati costretti a confessarsi e a comunicarsi secondo il rito cattolico.

Chi rimase fedele alla confessione riformata dovette invece prepararsi alla partenza.

Il 3 marzo 1555 circa un centinaio di persone lasciò Locarno. Una ricostruzione parla di novantatré esuli, ai quali se ne aggiunsero altri nelle settimane successive.

Il gruppo raggiunse Roveredo, in Val Mesolcina, dove Beccaria viveva ormai da alcuni anni. Gli esuli vi rimasero quasi due mesi. Anche qui la loro presenza provocò tensioni: le autorità politiche che governavano il territorio erano disposte ad accoglierli, mentre gli ambienti cattolici locali si mostrarono contrari.

All'inizio di maggio il gruppo, cresciuto nel frattempo fino a circa centosessanta persone tra uomini, donne e bambini, riprese il viaggio. Attraversò il passo del San Bernardino e proseguì verso nord.

Il 12 maggio 1555 gli esuli arrivarono a Zurigo.


Una nuova vita a Zurigo

A Zurigo furono accolti da Heinrich Bullinger, successore di Zwingli alla guida della Chiesa riformata cittadina. Bullinger si impegnò personalmente in loro favore e contribuì a ottenere il permesso di celebrare il culto in italiano nella chiesa di San Pietro.

L'integrazione, però, non fu semplice.

Le corporazioni zurighesi temevano che i nuovi arrivati potessero ottenere privilegi economici e diventare concorrenti difficili da controllare.

Alcune famiglie lasciarono quindi Zurigo e si trasferirono verso Basilea, i Grigioni o la Valtellina. Altre rimasero e riuscirono progressivamente a inserirsi nella vita economica della città, sfruttando anche la conoscenza dell'italiano e i contatti con altre comunità di esuli.

Con il tempo famiglie come i Duno, i Muralto e gli Orelli ottennero la cittadinanza zurighese e raggiunsero posizioni importanti nella società locale. La storia della futura Orell Füssli si legò in seguito proprio alla famiglia Orelli, il cui nome venne germanizzato in Orell, entrata nella compagine di un'importante tipografia protestante zurighese.


Cosa perse Locarno

L'esilio privò Locarno di una parte della propria classe dirigente: medici, mercanti, notai e uomini istruiti appartenenti ad alcune delle famiglie più attive della città.

Non tutti i personaggi influenti di Locarno erano riformati e sarebbe eccessivo attribuire a quell'espulsione, da sola, il successivo sviluppo della città. Tuttavia la perdita di capitale economico, culturale e umano fu reale.

Secoli dopo lo storico Piero Bianconi si domandò che cosa sarebbe potuto accadere se quella comunità fosse rimasta. Immaginò una Locarno forse capace di diventare «quasi una Ginevra insubrica», un centro vivace di attività religiosa ed economica.

È un'ipotesi che non può essere dimostrata. La conseguenza certa fu un'altra: nel 1555 una parte della popolazione di Locarno dovette abbandonare la propria città perché non volle rinunciare alla propria fede.


Un'eco lontana tra le pagine di Morgenstern

Nel mondo di Morgenstern l'esilio dei riformati di Locarno non compare direttamente. La vicenda si svolge lontano dalla Basilea in cui si muove Michael Pfirter. Il contesto politico e religioso, però, è lo stesso.

La Confederazione del Cinquecento è attraversata dalla frattura tra cantoni cattolici e cantoni riformati. Le convinzioni religiose dei singoli si intrecciano continuamente con gli interessi delle città, delle autorità e delle alleanze politiche.

Anche Michael vive dentro questo equilibrio fragile. Non è un esule locarnese, ma si trova in un mondo nel quale una scelta di fede può diventare rapidamente una questione politica, e nel quale le decisioni prese lontano possono cambiare la vita di persone che non hanno alcun potere di influenzarle.

La storia di Locarno mostra con particolare chiarezza quanto sottile potesse essere, nel Cinquecento, il confine tra fede privata e ordine pubblico.


Per approfondire:

Scritto da

Patrice Pfirter
Copertina di Morgenstern

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Morgenstern, il mio romanzo storico ambientato nella Basilea del 1500, è in vendita su Amazon o, con dedica, direttamente dall'autore.

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Lo scrigno segreto
Il coperchio non era chiuso a chiave. Si aprì con un cigolio leggero che parve un sospiro. Michael si aspettava di trovare le monete che il padre non aveva versato alla chiesa. Si aspettava l'oro della “decima rubata al Signore”, o magari qualche gioiello di famiglia salvato dalla miseria. Invece, la scatola era piena di carta. Fogli ingialliti, piegati e ripiegati, nascosti per anni sotto i piedi di chi lavorava.
Michael ne prese uno a caso.
E il silenzio della bottega non fu più silenzio.
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Ultimo aggiornamento: 20 febbraio 2026

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