L'eremita che aiutò a evitare una guerra civile: chi era Niklaus von Flüe
Contadino, giudice, soldato, poi eremita nella gola del Ranft: la storia di un uomo che conosceva la guerra prima di diventare, senza volerlo, una delle voci più ascoltate della Confederazione.
Isolato per scelta, cercato da tutti: la forza discreta di chi si è messo da parte. (ricostruzione IA della gola della Ranft)
In breve, se hai fretta — Niklaus von Flüe (1417-1487), noto anche come Bruder Klaus, fu contadino, giudice e soldato dell'Obvaldo prima di ritirarsi, nel 1467, come eremita nella gola del Ranft. Da lì, vivendo ritirato nel Ranft, divenne una delle voci più ascoltate della Confederazione: nel 1481, durante la Dieta di Stans, un messaggio trasmesso tramite il curato Heimo Amgrund contribuì a evitare una guerra civile tra cantoni cittadini e cantoni rurali e portò all'ingresso di Friburgo e Soletta nella Confederazione. Morì nel 1487; già nel 1488 circolavano le prime testimonianze sulla sua vita. Fu canonizzato solo nel 1947, come patrono della Svizzera.
Nel post sulla Guerra di Svevia abbiamo raccontato una Confederazione capace di restare unita di fronte a un nemico esterno. Ma pochi decenni prima quella stessa Confederazione aveva rischiato di spezzarsi dall'interno, per una lite tra le sue stesse componenti: le città e le campagne.
A contribuire alla soluzione della crisi, secondo una tradizione documentata già dalle fonti del primo Cinquecento, fu un uomo che nel 1481 non si trovava nemmeno nella sala dove si decideva il suo destino. Un contadino diventato eremita, che da quasi vent'anni viveva ritirato nella gola del Ranft, tra le montagne dell'Obvaldo.
Si chiamava Niklaus von Flüe. I suoi contemporanei lo chiamavano più spesso, semplicemente, Bruder Klaus.
Un uomo che aveva già vissuto un'intera vita prima di diventare eremita
È facile immaginare gli eremiti come uomini nati ai margini del mondo, estranei fin dall'inizio alla vita comune. La biografia di Niklaus von Flüe smentisce questa immagine fin dal principio.
Nasce attorno al 1417 a Flüeli, nell'Obvaldo, in una famiglia contadina benestante. Non passa la giovinezza in meditazione: lavora la terra, partecipa alla vita pubblica della sua comunità, ricopre incarichi di giudice e di consigliere. Un documento del 1462 lo mostra come rappresentante dell'Obvaldo in una disputa giudiziaria legata all'abbazia di Engelberg: prova che, pur non appartenendo al ceto dirigente del cantone, era già un uomo di fiducia, chiamato a intervenire nelle questioni comuni.
Sposa Dorothea Wyss. Insieme hanno dieci figli, cinque maschi e cinque femmine. E conosce la guerra: partecipa a campagne militari della Confederazione, come tanti uomini della sua generazione.
Questo dettaglio conta più di quanto sembri. La fama successiva di Niklaus come uomo di pace, come mediatore capace di sciogliere conflitti con poche parole, non appartiene a qualcuno estraneo alla violenza. Appartiene a un uomo che l'aveva vista da vicino, e che aveva scelto, più avanti nella vita, di non farne il principio che governava le proprie scelte.
A cinquant'anni, Niklaus è dunque tutto questo insieme: agricoltore, padre, giudice, uomo con esperienza militare. Un uomo pienamente inserito nel mondo. Ed è proprio a questo punto che qualcosa si rompe.
La partenza del 1467 e la notte di Liestal
Il 16 ottobre 1467 Niklaus lascia la sua casa. Il figlio più piccolo non ha ancora un anno; il maggiore, Hans, ne ha venti ed è già in grado di guidare la fattoria e mantenere la famiglia. Senza questo dettaglio pratico, la partenza sarebbe stata semplicemente impossibile: Niklaus non abbandona i suoi cari all'indigenza, lascia una famiglia che può reggersi senza di lui.
Il consenso della moglie è documentato, ed è un fatto che Niklaus stesso considerò, fino alla fine della vita, una grazia di cui essere riconoscente a Dio. Questo non significa che la decisione fosse indolore. Le fonti raccontano di anni di dubbio prima della partenza, e sarebbe un errore immaginare Dorothea come una figura semplicemente rassegnata: la sua vita, da quel momento, cambia altrettanto radicalmente, perché tocca a lei guidare la casa, i campi e l'educazione dei figli più piccoli.
Niklaus parte come pellegrino, diretto verso l'Alsazia. Attraversa il Baselbiet e raggiunge la zona di Liestal.
È qui che la storia prende una piega inattesa. Le fonti più antiche non concordano del tutto sui dettagli: alcune parlano di una visione improvvisa, una città che gli appare avvolta da un colore rosso fuoco; altre, nella tradizione più diffusa, raccontano di un contadino del luogo che, incontrato Niklaus, gli consiglia di tornare a casa, perché a Dio piace di più chi si prende cura dei propri cari piuttosto che chi vive a spese di estranei in terra straniera. Le due versioni non si escludono necessariamente: la tradizione racconta comunque che Niklaus, colpito da un'esperienza che vive come segno, decide lì, presso Liestal, di interrompere il pellegrinaggio verso l'Alsazia. Secondo alcune ricostruzioni, a quel punto si accorge anche di non aver mangiato né bevuto da undici giorni, un dettaglio che diventerà, negli anni successivi, uno degli aspetti più discussi della sua vicenda.
Non torna però dalla famiglia. Trascorre la notte in una stalla vicino a casa, senza farsi riconoscere. Il mattino seguente si rifugia nella foresta del Melchtal, dove viene trovato giorni dopo da alcuni cacciatori. Guidato da una nuova visione, costruisce infine una capanna nella gola del Ranft, a pochi minuti di cammino dalla propria casa e dalla propria famiglia.
Non fugge dal mondo. Vi resta accanto, ma dietro una soglia che, da quel momento, quasi nessuno lo vedrà più attraversare in senso inverso.
Verso la fine della propria vita, Niklaus confidò a un uomo di quattro anni più anziano di lui, Erni Anderhalden, tre motivi per cui si sentiva in debito di gratitudine verso Dio. Il primo era che la separazione dalla famiglia fosse avvenuta con il consenso della moglie e dei figli. Il secondo, che non avesse mai provato la tentazione di tornare sui propri passi. Il terzo, che fosse riuscito a vivere senza mangiare né bere. Sono parole che meritano di essere lette senza trasformarle né in prova scientifica né in semplice leggenda: sono, prima di tutto, la testimonianza di come Niklaus stesso interpretasse la propria vicenda, al termine di una vita che aveva attraversato due mondi apparentemente incompatibili.
Vent'anni nel Ranft
Da quel 1467 fino alla morte, nel 1487, Niklaus vive nel Ranft. Le autorità laiche ed ecclesiastiche, allarmate dalle voci secondo cui l'eremita non si nutriva più, lo fanno sorvegliare per un mese intero da alcune guardie del Consiglio di Obvaldo. Non trovano nulla che tradisca un inganno. Nel 1469, durante la consacrazione della cappella costruita nel Ranft, anche il vescovo di Costanza dispone un esame dell'eremita e della sua fama di astinenza: le fonti non registrano la scoperta di alcun inganno.
Non è compito di un blog storico pronunciarsi su un digiuno che ha attraversato i secoli come oggetto di fede più che di prova documentale. Ciò che è storicamente rilevante è un altro fatto: la notizia di quell'eremita che non mangiava si diffonde rapidamente, e trasforma il Ranft in una meta di pellegrinaggio. Vi arrivano contadini, sacerdoti, ma anche inviati di duchi e di città. Un resoconto del giugno 1483, scritto da un inviato del duca di Milano in visita al Ranft, descrive un eremita perfettamente informato sulle ragioni politiche della propria missione in Svizzera centrale.
Nel frattempo, a pochi minuti di cammino da quella cella, la vita della famiglia continua senza di lui, ma non senza il suo ricordo. Dorothea assume la guida della casa e dei campi: tocca a lei occuparsi dell'educazione dei figli più piccoli, mentre i due maggiori gestiscono l'azienda agricola. La vicinanza fisica tra la cella e la casa dei Flüe, appena un quarto d'ora di cammino, ridimensiona in parte l'immagine di un abbandono totale: Niklaus non scompare in una terra lontana, resta a poca distanza dalla propria famiglia, pur scegliendo di non farvi più ritorno come marito e padre nel senso consueto del termine.
L'immagine che ne emerge non è quella di un uomo isolato dal mondo, ma di un uomo che il mondo continua a cercare, proprio perché si è messo da parte. Le testimonianze raccolte già nel 1488, appena un anno dopo la sua morte, insistono su tratti precisi: un forte senso della giustizia, l'avversione per i soprusi, la ricerca della pace, la moderazione, uno scarso interesse per il potere e per il prestigio personale. Molte di queste descrizioni provengono da persone che lo avevano conosciuto direttamente e furono raccolte già nel 1488, prima della formazione delle grandi agiografie dei secoli successivi: un dettaglio che vale la pena tenere a mente, pur ricordando che anche testimonianze così precoci possono già avere una dimensione religiosa e memoriale.
Iconograficamente, la tradizione lo fissa presto in un'immagine ricorrente: un uomo maturo e magro, con la barba, un abito semplice, i piedi spesso scalzi, un bastone e la Bätti, una corda di preghiera con cinquanta grani (il rosario, nella forma che conosciamo oggi, non esisteva ancora). Un'incisione del cosiddetto Pilgertraktat, stampato ad Augusta probabilmente attorno al 1488, e la sua immagine sull'altare della chiesa di Sachseln, dipinta nel 1492, restano tra le rappresentazioni più vicine cronologicamente alla sua vita, pur senza avere la pretesa di essere un ritratto fedele dei suoi lineamenti.
La notte decisiva di Stans
Nel 1481 la Confederazione degli otto cantoni attraversa una delle crisi interne più gravi della propria storia. Da un lato i cantoni cittadini, Zurigo, Berna e Lucerna, che avevano stretto alleanze separate (i cosiddetti Burgrecht) con Friburgo e Soletta. Dall'altro i cantoni rurali, preoccupati che quell'espansione verso le città alterasse gli equilibri interni della Confederazione, riducendo il peso delle campagne. La spartizione del bottino delle guerre di Borgogna aggrava ulteriormente le tensioni.
I delegati si riuniscono una prima volta a Stans il 30 novembre 1481, attorno a un progetto di accordo probabilmente già elaborato sotto l'influenza indiretta di Niklaus. Ma quando si ritrovano di nuovo a dicembre, risulta chiaro che le trattative di novembre non hanno prodotto nulla di concreto: lo status di Friburgo e Soletta continua a dividere gli animi, e il 22 dicembre, al termine dell'ennesima giornata di discussioni, la rottura sembra ormai inevitabile. I delegati dei cantoni rurali, per parte loro, temono che l'ingresso di nuove città finisca per erodere ulteriormente il peso politico delle campagne. Quelli dei cantoni cittadini non intendono invece rinunciare alle proprie alleanze con Friburgo e Soletta. L'esistenza stessa del sistema confederato appare a rischio.
È a questo punto che la tradizione, riportata già dal cronista lucernese Diebold Schilling, colloca l'intervento decisivo. Un curato di Stans, Heini (o Heimo) Amgrund, molto legato all'eremita del Ranft, si rende conto della gravità della situazione. Durante la notte si mette in cammino a piedi verso il Ranft per chiedere consiglio a Niklaus. Al mattino seguente, quando i delegati sono ormai dispersi per le locande di Stans, pronti a tornare a casa senza un accordo, Amgrund li raggiunge e li riunisce di nuovo, portando loro il messaggio dell'eremita.
Che cosa disse esattamente Niklaus non lo sappiamo. Amgrund aveva ricevuto ordine di comunicarlo soltanto ai delegati della Dieta, e quel vincolo di riservatezza ha retto fino a oggi: nessuna fonte tramanda il contenuto esatto delle sue parole. Secondo la cronaca, nel giro di poche ore la situazione critica del mattino si sblocca. Il 22 dicembre 1481 gli otto cantoni firmano la Convenzione di Stans, che regola la ripartizione del bottino di guerra, impone l'obbligo di aiuto reciproco anche in caso di rivolte interne e scioglie le alleanze separate delle città. Lo stesso giorno viene stipulato anche il patto che ammette Friburgo e Soletta nella Confederazione, sebbene inizialmente senza piena parità di diritti rispetto agli otto cantoni precedenti.
È importante essere precisi su un punto, perché la tradizione popolare tende a semplificarlo: Niklaus non salvò da solo la Confederazione, e non partecipò di persona alla Dieta (NdR: assemblea). Il suo intervento, per quanto importante nella tradizione documentata dalle fonti vicine agli eventi, si inserisce in un processo politico già in corso, fatto di trattative, interessi economici e rapporti di forza tra cantoni. Ma proprio per questo la vicenda di Stans resta significativa: mostra un uomo che, senza cariche e senza eserciti, riusciva a influenzare l'esito di una crisi senza partecipare personalmente alle trattative.
Una fama nata mentre era ancora vivo
Niklaus muore nel Ranft il 21 marzo 1487, dopo una lunga agonia. Ciò che colpisce, guardando le fonti, è la rapidità con cui la sua figura viene fissata nella memoria collettiva. Probabilmente attorno al 1488 viene stampato ad Augusta il cosiddetto Pilgertraktat, un libretto illustrato a scopo edificante che presenta episodi e insegnamenti attribuiti all'eremita; la datazione esatta dell'edizione non è certa. Nello stesso 1488 Niklaus è già menzionato nel registro parrocchiale di Sachseln, e Heinrich von Gundelfingen ne scrive una delle prime biografie. Un'altra segue nel 1501, opera di Heinrich Wölfli.
Questo significa che la venerazione di Niklaus come "uomo di Dio" comincia negli anni immediatamente successivi alla sua morte, non secoli più tardi. Nel 1492 la sua immagine compare sull'altare a ante della chiesa di Sachseln; dal 1510 una figura in rilievo lo ricorda nell'ossario del cimitero; dal 1513 una scultura orna il tabernacolo a lui dedicato. Pellegrini iniziano presto a visitare Sachseln e il Flüeli, e prima del 1550 gli abitanti di Sachseln fanno voto di organizzare una processione annuale nel Ranft.
Il riconoscimento ufficiale della Chiesa, però, arriva molto più lentamente. Dopo ripetuti tentativi tra il 1587 e il 1647, nel 1649 il papa autorizza un primo culto liturgico limitato; la beatificazione formale segue nel 1669. Bisognerà attendere il 15 maggio 1947 perché Pio XII proclami Niklaus santo, riconoscendolo patrono della Svizzera. Sono passati quasi cinquecento anni dalla sua morte: un promemoria utile, perché nel linguaggio dei suoi contemporanei, nel Quattrocento e ancora agli inizi del Cinquecento, Niklaus non era "santo" in senso ufficiale. Era, semplicemente, Bruder Klaus: l'eremita del Ranft, l'uomo pio a cui si chiedeva consiglio.
Il consiglio che sopravvisse ai secoli
Se il contenuto esatto del messaggio portato ad Amgrund resta sconosciuto, un'altra raccomandazione politica attribuita a Niklaus ha invece attraversato i secoli fino a oggi. Il cronista Hans Salat, in una biografia pubblicata nel 1537, circa cinquant'anni dopo la morte di Niklaus, gli attribuisce un consiglio rivolto ai confederati: non allargare troppo i confini, per non compromettere la coesione interna della Confederazione. La formulazione non è attestata nelle testimonianze contemporanee a Niklaus e va quindi considerata un'attribuzione tardiva, legata anche al contesto politico e confessionale del Cinquecento.
È una frase breve, quasi un proverbio contadino applicato alla politica estera. Ma la sua fortuna è sorprendente: viene richiamata ancora nel Novecento, durante i dibattiti sull'adesione della Svizzera alle Nazioni Unite nel 1986 e allo Spazio economico europeo nel 1992, come argomento a favore della prudenza nelle relazioni internazionali del paese. Un dettaglio che dice qualcosa sul modo in cui la figura di Niklaus è stata usata, nei secoli, ben oltre il contesto in cui era vissuto: non più solo come santo protettore, ma come autorità morale a cui appoggiare posizioni politiche molto lontane dal 1481.
Bisogna essere cauti nel maneggiare questo tipo di eredità. Attribuire a un contadino del Quattrocento intenzioni compiute sulla politica estera di una Confederazione che, nella forma moderna, nascerà solo secoli più tardi, significa proiettare all'indietro categorie che allora non esistevano. Resta però un fatto interessante di per sé: pochi personaggi storici svizzeri hanno conosciuto un'eredità simbolica tanto duratura quanto quella dell'eremita del Ranft, capace di essere richiamato, con pesi e significati diversi, sia nel Cinquecento sia nel pieno Novecento.
Un cantone, una Confederazione, un confine ancora incerto
Vale la pena ricordare un dettaglio geografico e politico che aiuta a collocare la vicenda. Nel Quattrocento Basilea non fa parte della Confederazione: vi entrerà nel 1501, insieme a Sciaffusa. Al tempo della crisi di Stans, la vicenda di Niklaus riguarda dunque un mondo confederato che si estende attorno all'Obvaldo, a Lucerna, a Zurigo, a Berna: un universo politico distinto, per quanto vicino, da quello della città imperiale e mercantile di Basilea.
Eppure gli spazi non sono così lontani come sembrerebbe. Liestal, dove Niklaus interrompe il proprio pellegrinaggio nel 1467, appartiene alla stessa regione del Baselbiet che ritroviamo spesso in questo blog. Non esistono prove dirette che, decenni più tardi, gli abitanti della zona ricordassero con precisione il passaggio dell'eremita da quelle parti. Ma è plausibile che una vicenda avvenuta a poca distanza, e diventata in breve tempo materia di racconti, libretti a stampa e pellegrinaggi, circolasse per vie orali, attraverso sacerdoti, mercanti o semplici viandanti, ben oltre i confini dell'Obvaldo.
Da combattente a pacifista
La storia di Niklaus von Flüe non è la storia lineare di un pacifista. È la storia di un uomo che aveva combattuto, amministrato la giustizia, gestito terra e famiglia, prima di scegliere, a cinquant'anni, un'altra forma di presenza nel mondo: non più fatta di comando, ma di silenzio e di ascolto.
Proprio per questo la sua vicenda resiste al rischio dell'astrazione. Non fu un uomo che non conobbe mai la violenza e per questo predicò la pace: fu un uomo che, avendola conosciuta, scelse di non farne il principio della propria esistenza successiva. È una distinzione che nel Cinquecento, tra guerre confessionali, embarghi e faide cittadine, avrebbe continuato ad avere un peso concreto.
Un'eco lontana tra le pagine di Morgenstern
Nel mondo di Morgenstern la vicenda di Niklaus von Flüe non compare direttamente: il romanzo si muove in un'altra epoca e in un'altra crisi religiosa, quella della Riforma protestante a Basilea. Ma la domanda che la sua biografia lascia in eredità attraversa comunque le pagine del libro.
Michael Pfirter conosce il ferro prima ancora di imparare a leggerlo con giudizio. Costruisce un'arma, la usa, e per tutto il romanzo deve fare i conti con la distanza tra la forza che sa maneggiare e la giustizia che vorrebbe servire. Non è un pacifista che scopre la violenza: è, in un certo senso, il percorso opposto di quello di Niklaus, un uomo che dal ferro cerca faticosamente la via verso una forma di equilibrio che non si limiti a imporsi con la forza.
È forse questo il filo più sottile che lega, a distanza di quasi mezzo secolo e di parecchi chilometri, ad eccezione della visita di Niklaus a Liestal, l'eremita del Ranft e il mondo narrativo di Basilea: la domanda su cosa resti di un uomo, quando smette di essere definito dalla violenza che ha conosciuto.
Fonti e bibliografia
Fonti primarie
Studi e risorse
- Dizionario storico della Svizzera - Flüe, Nicolao della
- Dizionario storico della Svizzera - Stans, convenzione di
- Dizionario storico della Svizzera - Confederazione
- Museo nazionale svizzero - Stans 1481: perhaps that's us (EN)
- TVSvizzera - L'anno di Nicolao della Flüe, mistico mediatore
Per approfondire
- Nicola di Flüe (Wikipedia IT)
- Dorothea Wyss (Wikipedia EN)
- Bruder Klaus, fondazione dedicata a Niklaus von Flüe e Dorothea Wyss
Ultima verifica storica: agosto 2026
Scritto da
L'autore
Patrice Pfirter
Informatico di professione, nel tempo libero si dedica alla ricerca storica indipendente e alla scrittura. Cura le Cronache del 1500, scrive racconti di fantasia ed è autore del romanzo storico Morgenstern. Biografia e metodo di ricerca .
Dallo stesso autore
Morgenstern, il mio romanzo storico ambientato nella Basilea del 1500, è in vendita su Amazon o, con dedica, direttamente dall'autore.
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