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Il primo figlio

E se le colpe non fossero tutte nostre?

E se le colpe non fossero tutte nostre?

Il mostro di cedro, nero di pece, sovrastava la radura come la carcassa di una balena arenata sulla pietra: trecento cubiti di legno squadrato a colpi d'ascia, sigillato per non lasciar passare neppure uno spiffero d'aria, né far entrare nulla dall'esterno, nemmeno la pietà.

Berek si fermò ai piedi della rampa. Aveva quarant'anni, le dita spesse incise dai tagli della pietra e della caccia, le spalle curve sotto una rabbia che gli marciva dentro da mesi. Sopra di lui, sulla balconata superiore della struttura, una figura solitaria ispezionava le giunture di cera e catrame.

Noè non mostrava la fatica di un vecchio. Muoveva le mani con la precisione di chi sa esattamente quello che deve fare, senza un'esitazione.

«Puzza di morte prima ancora di toccare l'acqua, padre» disse Berek. Non gridò per superare il vento, eppure ogni parola arrivò nitida fino in cima alla rampa.

Noè non si voltò subito. Fece scorrere il pollice lungo la scanalatura dell'asse, saggiandone la tenuta, poi si girò lentamente. Gli occhi dell'anziano non avevano la luce spaventata dei folli, né quella dolce dei profeti; erano due orbite di pietra grigia, piatte, senza un filo di calore.

«È l'odore dell'obbedienza, Berek» rispose Noè, la voce secca come legna da ardere. «Puzza solo per chi ha il naso abituato al pattume della carne.»

Berek salì i primi tre gradini della passerella. Il lembo della tunica gli sbatteva contro le cosce per il vento che cominciava a montare dal nord. «Il pattume della carne. È così che chiami la gente del villaggio? Quelli che ti hanno aiutato a trasportare i tronchi prima che tu li cacciassi via? Quelli con cui hai spezzato il pane per sessant'anni?»

«Quelli che il Creatore ha deciso di cancellare» replicò Noè, senza alzare il tono, con una piattezza che faceva più male di un urlo. «Il loro tempo è scaduto. La terra è corrotta, satura di violenza e di lussuria. Non c'è nulla da salvare in loro.»

«Ci hanno insegnato a vivere così!» disse Berek, compiendo altri passi verso l'alto. «I tuoi padri, i loro padri prima di loro! Ci avete messo in mano una zappa e un coltello, ci avete detto di sudare per la terra, di prendere una donna, di bere il vino per dimenticare il dolore delle ossa la sera. Ci avete cresciuti nella polvere e nella fatica. E ora... ora arriva un Dio che si sveglia una mattina, decide che la sua opera gli fa schifo, e dichiara che siamo noi i colpevoli?»

Noè lo guardò dall'alto in basso, gli occhi ristretti in due fessure d'odio misurato. «Il Creatore non deve spiegazioni all'argilla. Se il vaso è venuto storto, il vasaio lo spezza e ne impasta un altro.»

Berek allargò le mani e fece un altro passo avanti. La voce perse l'impeto della rabbia e si abbassò, quasi una supplica.

«E allora parlagli, padre.»

Noè rimase immobile, la mano fissa su una corda d'ormeggio.

«Parlagli» ripeté Berek, indicando il cielo basso e grigio che ormai si chiudeva sulle loro teste come un coperchio di piombo. «Inchinati qui, adesso, su questa pece fresca. Mettiti in ginocchio ed esigi da lui una risposta. Chiedigli tempo. Chiedigli una condizione, un sacrificio, un anno di penitenza per la gente del villaggio. Se sei davvero il suo uomo giusto, se si fida di te al punto da farti costruire tutto questo, allora ti ascolterà anche se gli chiedi misericordia per i tuoi nipoti.» Nella voce di Berek non c'era né tristezza né paura, ma tanta rabbia, prima soffocata, poi arginata e ora esplosa.

Cadde tra loro un silenzio denso, rotto soltanto dal cigolio delle travi di cedro tese dal vento.

«Io non contratto con la volontà del Signore» disse Noè, e per la prima volta nella sua voce comparve una nota di gelido disprezzo. «Tu mi chiedi di essere superbo. Mi chiedi di insegnare al Creatore cosa sia la giustizia.»

«Ti chiedo di fare il padre!» gridò Berek, avanzando fino al bordo della balconata. «Ti chiedo di fare l'uomo! Un padre non guarda i propri figli affogare senza prima aver tentato di fermare il braccio di chi scaglia la pietra! Ho due maschi e una bambina che ieri sera piangeva perché aveva visto gli uccelli scappare a stormi verso le colline. I miei figli non sono perfetti: rubano i fichi dai rami dei vicini, si picchiano nel fango, ma ridono, amano, respirano. Su quale bilancia hai misurato la loro colpa? Come puoi guardare il tuo Dio negli occhi e non dirgli che la sua sentenza è spietata?»

Noè fece un passo indietro, avvicinandosi al boccaporto d'ingresso dell'arca, dove il buio dell'interno sembrava inghiottire ogni luce.

«La bilancia non è mia, Berek. È del Signore. E tua moglie, i tuoi figli, la gente laggiù... sono tutti corrotti dalla nascita. Non hanno l'impronta della grazia. Il Signore ha visto il male nell'uomo e se ne è rammaricato in cuore. Chi sono io per dirgli che ha sbagliato?»

«Sei colui che dovrebbe amarlo abbastanza da salvarlo da se stesso!» rispose Berek, la voce incrinata. «Se permetti che questo accada senza dire una parola, senza chiedere una sola eccezione, allora non sei un eletto, padre. Sei solo un complice. Stai costruendo un sarcofago per il mondo intero e ti senti puro perché hai ottenuto il posto in prima fila. Se il tuo Dio esige il tuo silenzio di fronte alla strage dei tuoi compaesani, allora il tuo Dio è tanto solo ed egoista quanto te.»

L'aria si fece di colpo fredda e pungente, tanto da far rizzare i peli sulle braccia. Un tuono cupo fece tremare le fondamenta dell'arca: un rombo lungo, che pareva venire dal fondo del cielo.

Noè impugnò la spessa trave di chiusura del portellone. «Sei il mio primogenito, Berek. Ma se non pieghi il collo, se non chiedi perdono e non sali su questa nave rinnegando la feccia da cui provieni, per me sei solo polvere. Lascerò la porta chiusa. Non muoverò un dito per tirarti su dall'acqua, nemmeno se mi implorerai a mani giunte mentre il fango ti entra nei polmoni.»

Berek lo fissò negli occhi. Cercò un'ombra di esitazione, una crepa in quella certezza assoluta. Voleva vedere un padre che soffriva per la scelta, un uomo diviso tra l'affetto e il dovere. Non trovò niente, soltanto un vuoto coperto di devozione.

«Non ti implorerò» disse Berek, e fece un passo indietro verso le scale. «E non salirò. Perché se il prezzo per sopravvivere a questa notte è diventare come te, un guscio senza pietà, cieco al dolore di chi ha il mio stesso sangue, allora preferisco affondare.»

La prima goccia d'acqua cadde.

Non era pioggia normale. Era pesante, scura, fredda come acqua di pozzo. Colpì la guancia di Berek e lasciò una scia che pareva olio. Poi ne cadde un'altra, e un'altra ancora, a colpi secchi contro il legno dell'arca.

Noè non disse più nulla. Si tirò indietro nell'ombra della stiva, dove i primi muggiti degli animali chiusi nelle gabbie risuonavano come un pianto soffocato. La pesante porta di cedro cominciò a scivolare lungo le guide, strisciando con un rumore di pietra su pietra, finché il gancio di ferro non scattò dall'interno con un colpo sordo.

Sigillata la porta, il cielo già coperto di nuvole divenne ancora più scuro, lasciando tutti nelle tenebre. Gli ovattati rumori delle bestie all'interno dell'arca si spensero, come se in quel momento fossero tutti entrati in un lungo sonno.

Berek scese la rampa a passi lenti e non li affrettò nemmeno quando il cielo sopra la valle si squarciò e rovesciò a terra acqua nera con un'intensità mai vista.

Sotto, il villaggio si stava svegliando nel terrore per i tuoni che rimbombavano con un fragore anomalo. Le donne uscivano dalle case di pietra con i panni ancora bagnati tra le mani, gli uomini alzavano il volto verso il cielo grigio imprecando contro la tempesta e il costruttore dell'arca, i cani ululavano legati ai pali dei recinti. Quella gente non era santa. Aveva sbagliato, si era fatta la guerra, aveva cercato di strappare un po' di calore a una terra dura. Ma era viva.

Berek camminò nel fango che iniziava a salire attorno alle sue caviglie, puntando verso la piccola casa di pietra in fondo alla valle, dove un filo di fumo grigio usciva ancora dal comignolo.

Malgrado la fatica, accelerò il passo negli ultimi metri, spinto dal bisogno di stringere i suoi figli prima che il fiume travolgesse ogni cosa.

Scritto da

Patrice Pfirter
Patrice Pfirter

L'autore

Patrice Pfirter

Informatico di professione, nel tempo libero si dedica alla ricerca storica indipendente e alla scrittura. Cura le Cronache del 1500, scrive racconti di fantasia ed è autore del romanzo storico Morgenstern. Biografia e metodo di ricerca .

Copertina di Morgenstern

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Morgenstern, il mio romanzo storico ambientato nella Basilea del 1500, è in vendita su Amazon o, con dedica, direttamente dall'autore.

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Lo scrigno segreto
Il coperchio non era chiuso a chiave. Si aprì con un cigolio leggero che parve un sospiro. Michael si aspettava di trovare le monete che il padre non aveva versato alla chiesa. Si aspettava l'oro della “decima rubata al Signore”, o magari qualche gioiello di famiglia salvato dalla miseria. Invece, la scatola era piena di carta. Fogli ingialliti, piegati e ripiegati, nascosti per anni sotto i piedi di chi lavorava.
Michael ne prese uno a caso.
E il silenzio della bottega non fu più silenzio.
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Ultimo aggiornamento: 20 febbraio 2026

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