- psycho -

Il giardino di cotone

Illustrazione del racconto «Il giardino di cotone» (ricostruzione IA)

Illustrazione del racconto «Il giardino di cotone» (ricostruzione IA)

Le piaceva il buio. Lo trovava rassicurante. Nella mancanza di luce ci si poteva nascondere, rifugiarsi, scappare. Nel buio si poteva evitare d'incontrare il mostro che la stava cercando. Aveva imparato, negli anni, a controllare il proprio respiro, perché non voleva essere scovata, e ogni piccola rottura del silenzio era un invito a raggiungerla. Un respiro troppo profondo, troppo affannoso, e lui se ne sarebbe accorto. Così lo teneva sottile, appena percettibile, un filo d'aria che entrava e usciva senza smuovere il silenzio.

Si era trovata un posto sicuro, si era rannicchiata, aveva controllato persino i battiti del suo cuore, per renderesi meno rumorosa. Ma sapeva che lui era ancora lì fuori, da qualche parte, in ascolto, mai troppo lontano. Nel silenzio poteva sentire i suoni confusi del suo incedere pesante, echi lontani di lamenti e cigolii metallici che riverberavano nel vuoto. A volte il rumore si avvicinava con passi irregolari, come se il mostro zoppicasse o portasse un peso; altre volte si allontanava, inghiottito da corridoi che lei immaginava infiniti, ramificati, pieni di porte che non avrebbe mai osato aprire. Finché restava nascosta nel buio, senza che nessun fascio di luce arrivasse a illuminare una parte qualsiasi del suo corpo, era al sicuro. Un'altro trucco consisteva nel mettere in pausa il cervello, nel negare l'esistenza stessa di quel terrore, nel farsi piccola, invisibile, un punto sospeso nel nulla che nessuno avrebbe saputo trovare.

Era lì da ore, o così le pareva: in quel posto non si aveva la nozione del tempo che scorreva. Per mantenersi vigile, contava lentamente — cento, mille, ..., diciassettemilacinquecentouno — ma quando arrivavano i numeri grandi, doveva ricominciare, perché quelli l'avrebbero fatta addormentare, e lei non poteva permetterselo: avrebbe potuto perdere l'equilibrio, ricadere nella luce, farsi sentire. Allora ricominciava da un conteggio più piccolo e più sicuro. Seguiva i battiti del proprio cuore, uno dopo l'altro, e a ogni numero pari immaginava di scendere di un centimetro più in profondità dentro se stessa, lontano dalla superficie illuminata. Diciotto. Venti. Ventidue.

L'unico modo per andarsene viva da quel luogo, era isolare una sola voce, quella calda e profonda che l'avrebbe portata verso il basso: la via di fuga era sempre lì, pronta ad accoglierla. Nel silenzio, finalmente la sentì.

«Lasciati andare. Fai un altro passo verso il basso. Segui la mia voce.»

E lei avrebbe ubidito fino a ritrovare la strada che portava alla scala a chiocciola, di marmo e pietra, che scendeva senza fine apparente. La voce continuò a incitarla e iniziò a muoversi, mise il suo piede nudo sul primo gradino, ne sentì la consistenza, fredda ma regolare, liscia come il dorso di un animale addormentato, un freddo che non pungeva, diverso da quello che a volte le perforava la pelle. A ogni gradino la morsa della paura si allentava un poco di più, mentre un calore confortante nasceva dalle caviglie e saliva lungo le gambe, sciogliendo la tensione come cera al sole. Lungo la discesa aveva incontrato diverse porte, pesanti battenti di legno scuro, chiuse e sigillate, apparentemente anonime e senza alcun accesso: sapeva che nascondevano segreti e ricordi che non voleva in alcun modo affrontare. Le superò senza esitazione, ignorandole, scivolando sempre più in profondità, lontano dai lamenti, lontano dalla paura. La discesa sembrò lunghissima, più delle altre volte, e per un tratto non riuscì a scorgere l'uscita, ma sapeva, con la certezza di chi ha già percorso quella strada mille volte, che il fondo sarebbe arrivato quando lei fosse stata pronta, e non prima.

Finalmente, all'improvvoso, la vide. Ecco il cancello di ferro battuto e la sua uscita. Spingendolo cigolò leggermente ma si aprì senza il minimo sforzo, come se avesse atteso soltanto lei. Varcato il ferro, come per magia, i contorni cambiarono del tutto.

L'odore dell'erba tagliata di fresco la investì, dolce e pungente, mescolato a un sentore di terra bagnata che le riempì i polmoni fino a farle girare la testa per un istante. Oltrepassò la soglia: il prato sotto le piante dei piedi era soffice, tiepido, vivo, esattamente come lo aveva lasciato l'ultima volta. Colse il profumo delle rose appena sbocciate che si scaldavano al sole. Era un giardino magnifico, immerso in una quiete assoluta, dove persino il vento sembrava trattenersi per non disturbare. In quel luogo, non sentiva mai freddo.

Inoltrandosi nel giardino, avvistò, poco lontana, la sua collina con una salita lieve, breve da percorrere. In cima, come sempre, regnava la grande quercia dal tronco nodoso, la corteccia ruvida e calda di sole. Dal ramo più robusto pendeva la sua altalena, due corde consumate e un'asse levigata da anni di uso che lei non ricordava ma sentiva propria, come un ricordo d'infanzia mai vissuto. Sorrise nel vederla, si sedette e cominciò a dondolare. La traiettoria era perfettamente coordinata con le sue movenze: saliva, scendeva, risaliva dall'altro lato disegnando un semicerchio perfetto, la spinta leggera che si dava sufficiente a farle toccare con i piedi le nuvole di cotone. Ogni volta che l'altalena raggiungeva il punto più alto dell'arco, per una frazione di secondo restava sospesa, e in quel momento lei poteva vedere tutto: la collina che degradava verso una piccola baia, l'azzurro sconfinato del mare che si perdeva all'infinito verso l'orizzonte, i gabbiani immobili come sospesi anche loro, il riflesso del sole sull'acqua che tremolava come mille piccole promesse. Era libera, intoccabile. Il vento le scompigliava i capelli, e per la prima volta da quando aveva memoria, non risentiva più la paura.

Restava lì, dondolando, finché il tempo non perdeva ogni significato. A volte cantava, senza parole precise, solo una melodia che le saliva in gola da sola. A volte si limitava a guardare il mare e a immaginare cosa ci fosse oltre: isole, navi, altre vite che non erano la sua. Il giardino non le faceva mai domande. Non le chiedeva nulla in cambio della pace che le offriva.

All'improvviso sentì di nuovo la voce guida.

«Carmen, è ora di tornare. Quando sarai pronta, segui il mio conto alla rovescia.»

Non voleva andarsene da quel posto meraviglioso, si sentiva al sicuro, si sentiva bene, ma sapeva che non poteva rimanerci per sempre: il momento di tornare arrivava sempre. Cercò di nuovo il cancello, esattamente dove lo aveva lasciato, e la risalita delle scale fu più rapida della discesa.

Decimo scalino, nono, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno.

Era riemersa dalla sua torre in profondità della terra.

«Quando sei pronta, e solo allora, apri gli occhi lentamente» disse la voce. Si prese ancora un attimo, poi aprì gli occhi.

La luce della stanza era fioca, ambrata, quasi calda. Era distesa comodamente, il corpo avvolto in qualcosa di morbido. Accanto a lei, un uomo sulla cinquantina la osservava con un sorriso misurato: barba curata, calvo, occhiali spinti sulla fronte, vestito in maniera sportiva ed elegante, una giacca di velluto marrone su una camicia bianca chiusa ai polsini da gemelli dorati che luccicavano appena. Teneva in mano una penna stilografica che ogni tanto sfiorava il foglio senza mai scrivere davvero, e prese un appunto sul taccuino, un gesto breve, quasi automatico. Non l'aggredì con domande: aspettò in silenzio che tornasse del tutto dal suo riposo, che si ambientasse. La stanza era spartana e minimalista — una scrivania, un lettino, una poltrona, un tavolino — e alla parete era appeso un quadro. Guardandolo meglio, le sembrò di riconoscere parte del suo giardino: la collina, sicuramente, e forse anche quel mare.

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Lo studio

«Hai fatto un ottimo lavoro oggi. Sei al sicuro, qui. Stai facendo dei grandi progressi.»

La sua voce era rassicurante, calda e bassa, era la stessa voce che l'aveva guidata giù per la scala, si rese conto lei con un vago senso di conforto, come se le due cose, la guida e il medico, fossero sempre state la stessa persona. L'ansia era svanita del tutto. Nella stanza aleggiava un profumo tenue di legno e carta vecchia, e in lontananza, da qualche parte, il ticchettio regolare di un orologio scandiva un tempo tranquillo e ordinario.

Lei provò a sollevare una mano per passarsela sul viso, per scacciare gli ultimi residui di quel torpore.

Ma la mano non si mosse.

Pensò, sulle prime, di aver semplicemente perso la concentrazione, come capita a volte appena svegli, quando il corpo resta un passo indietro rispetto alla mente. Provò con l'altra. Niente. Un brivido freddo le percorse la spina dorsale, incrinando l'illusione in un istante. Cercò lo sguardo dello psichiatra, aspettandosi rassicurazione, ma l'uomo continuava a sorridere con quello stesso sorriso misurato, immobile, che ora le sembrava troppo fisso, troppo identico a se stesso — una fotografia di un sorriso, più che un sorriso vero.

Il volto dell'uomo iniziò a sfocarsi, a sgretolarsi come polvere al vento, i tratti che perdevano coerenza, la penna stilografica che gli cadeva dalle dita dissolte prima ancora di toccare il pavimento, fino a svanire nel nulla insieme alla stanza ambrata, al ticchettio dell'orologio, al profumo di carta vecchia. L'auto-ipnosi, l'ultimo fragile scudo, quel secondo strato di finzione che si era concessa per non impazzire, crollò su se stesso come un fondale di scena spinto giù da mani invisibili.

Spalancò gli occhi per davvero.

Non c'era alcuno psichiatra. Il buio era tornato, ma questa volta era un buio reale, denso, implacabile, senza nemmeno quella qualità morbida che aveva avuto all'inizio, quando ancora poteva scambiarlo per un alleato. L'aria sapeva di muffa, le mura rilasciavano un cattivo odore, di qualcosa di organico e stantio che non osava identificare. Era legata, i polsi e le caviglie serrati da spesse cinghie di cuoio contro la struttura di un letto rigido, il cuoio così stretto da segnarle la pelle, da toglierle quasi la circolazione. Ogni minimo movimento le strappava un bruciore sordo ai polsi. Un tubicino le pungeva il braccio; una figura le armeggiava accanto con un contenitore, un grembiule pieno di macchie, una mascherina sulla bocca, gli occhi spiritati — niente a che vedere con la calma rassicurante dell'uomo di poco prima.

La stanza non aveva finestre da cui potesse filtrare la luce del giorno, solo spifferi gelidi che sibilavano attraverso le fessure delle spesse mura, portando con sé un freddo diverso da quello gentile della scala a chiocciola: questo si insinuava sotto la pelle e non se ne andava più. Un vecchio castello dimenticato, una prigione gotica dove il sole non sorgeva mai, dove le pietre stesse sembravano ricordare secoli di grida assorbite e mai restituite.

E ora li udiva chiaramente. Non c'era nessun mostro in agguato nel corridoio, non nel senso in cui lo aveva immaginato, con passi pesanti e cigolii metallici da fiaba nera. C'erano solo le urla strazianti degli altri, legati e prigionieri come lei in quel manicomio di tenebra, che facevano da coro alla sua assoluta, irrimediabile solitudine. Una voce, più a destra, ripeteva un nome, forse il proprio, forse quello di qualcun altro perduto molto tempo prima, con la cadenza ossessiva di una preghiera senza risposta. Un'altra, più lontana, si limitava a ridere, una risata sottile e stridula che si spegneva in un colpo di tosse e poi ricominciava.

La figura con il grembiule cambiò la sacca attaccata al tubicino nel suo braccio, e a lei arrivarono solo le parole: «Ci si rivede domani, come ogni giorno della tua vita.»

Chiuse di nuovo gli occhi. Cercò, nel buio dietro le palpebre, il primo gradino della scala a chiocciola, quello freddo e liscio come il dorso di un animale addormentato. Per un istante, lunghissimo e disperato, non lo trovò. Poi, piano, come una candela che si riaccende da una scintilla quasi spenta, sentì di nuovo la voce calda chiamarla dal basso, e un piede nudo riprese il cammino.

Ricominciò a contare i battiti del cuore, e a ogni numero pari, scese di un altro centimetro.

Scritto da

Patrice Pfirter
Patrice Pfirter

L'autore

Patrice Pfirter

Informatico di professione, nel tempo libero si dedica alla ricerca storica indipendente e alla scrittura. Cura le Cronache del 1500, scrive racconti di fantasia ed è autore del romanzo storico Morgenstern. Biografia e metodo di ricerca .

Copertina di Morgenstern

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Morgenstern, il mio romanzo storico ambientato nella Basilea del 1500, è in vendita su Amazon o, con dedica, direttamente dall'autore.

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Questo racconto è un'opera di fantasia. Per la generazione delle immagini e come supporto alla scrittura l'autore si è avvalso dell'intelligenza artificiale. Ispirazione, trama e stile restano interamente opera sua.

Lo scrigno segreto
Il coperchio non era chiuso a chiave. Si aprì con un cigolio leggero che parve un sospiro. Michael si aspettava di trovare le monete che il padre non aveva versato alla chiesa. Si aspettava l'oro della “decima rubata al Signore”, o magari qualche gioiello di famiglia salvato dalla miseria. Invece, la scatola era piena di carta. Fogli ingialliti, piegati e ripiegati, nascosti per anni sotto i piedi di chi lavorava.
Michael ne prese uno a caso.
E il silenzio della bottega non fu più silenzio.
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Ultimo aggiornamento: 20 febbraio 2026

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