Il valzer della Fata Bianca
Ti cercherò sempre, come se fosse la prima volta.
Quando le luci si spensero sul palco, Lucien lo sapeva già. Non aveva bisogno di incrociare lo sguardo del direttore d'orchestra, né di ascoltare amici, colleghi o critici: quella sera le note non gli avevano parlato. Il tremore della mano destra, fino a poco tempo prima quasi impercettibile, era diventato un calvario. L'arco non obbediva più con la precisione di sempre e lui, che per anni era stato considerato una promessa, aveva deluso la platea, l'orchestra e soprattutto se stesso.
Non aveva mai avuto bisogno di pensarsi un virtuoso. La musica gli era sempre venuta incontro con naturalezza: studiava uno spartito una volta, lo ricordava, poi lo piegava al proprio modo di sentire con minime variazioni, quasi invisibili, che erano diventate la firma del suo suono. Adesso, invece, tra ciò che immaginava e ciò che la mano riusciva a fare si era aperto uno spazio. Era quello a terrorizzarlo: non il dolore, non la fatica, ma la distanza tra il pensiero e il gesto.
Il direttore, un vecchio amico russo, gli consigliò di fermarsi per qualche mese. Parlò di stanchezza, di troppi concerti e troppe composizioni, ma Lucien non gli credette. La stanchezza passava. Quello che gli stava succedendo era diverso.
Dopo quella sera decise quindi di lasciare Ginevra e ritirarsi nella casa di famiglia nel Val-de-Travers. Ad aspettarlo c'era Josepha, la sua compagna, che dipingeva paesaggi nei quali Lucien faticava spesso a riconoscere i colori del mondo reale. Non se ne preoccupava: lui era un musicista, non un pittore. Almeno fino ad allora aveva creduto che tra una nota e un colore non ci fosse nulla in comune.
Val-de-Travers, autunno 1922.
La prima volta che la vide, Lucien pensò che fosse il vapore. Non una donna, non ancora: soltanto una variazione nella luce, un'increspatura biancastra sopra il bicchiere che Josepha gli aveva preparato, qualcosa che saliva dal liquido e si dissolveva prima di raggiungere il soffitto. La zolletta di zucchero era appoggiata sul cucchiaio traforato, e Josepha teneva la piccola caraffa con entrambe le mani, lasciando cadere l'acqua una goccia dopo l'altra, mentre lui contava a mezza voce. Lo zucchero perdeva gli spigoli, si inumidiva, cedeva, aprendosi in minuscoli cristalli che attraversavano i fori del cucchiaio, e nel bicchiere il liquido fino a quel momento trasparente cominciava a velarsi. La nube nasceva dal fondo, bianca e densa, e saliva avvolgendosi su se stessa come la nebbia che al mattino risaliva dai prati della valle. Lucien chiese di versare ancora, più piano, e Josepha sorrise, perché era una cosa nuova per entrambi, una piccola trasgressione compiuta nella casa di campagna dove la famiglia Meylan trascorreva le estati quando lui era bambino e dove adesso, per la prima volta, erano arrivati in autunno.
Fuori il Val-de-Travers si stava spegnendo nei colori dell'inverno: le foglie marcivano ai bordi dei sentieri, la nebbia restava bassa fino a metà mattina e i pini, sui versanti, formavano pareti quasi nere. Dentro, nella stanza che Lucien aveva trasformato in studio, c'era ancora il calore della stufa, e l'odore dell'assenzio riempì l'aria: anice, finocchio, erbe amare, qualcosa di terroso che lui non seppe riconoscere. Lucien assaggiò. Il primo sorso gli bruciò appena la lingua, poi scese caldo lungo la gola. Lo zucchero gli piaceva: addolciva l'amaro e soprattutto rendeva la preparazione un rito, qualcosa che cominciava prima ancora di bere. Josepha assentì con uno sguardo compiaciuto. Alle sue spalle, sul cavalletto, c'era una tela incompleta: aveva dipinto la finestra dello studio e una parte del bosco oltre il vetro, ma gli alberi non erano verdi, erano strisce blu, viola, quasi nere, attraversate da una luce gialla che nella realtà non esisteva. Lucien aveva criticato quella scelta qualche giorno prima. Adesso la comprese: forse i colori non dovevano assomigliare alle cose, forse potevano raccontare ciò che le cose nascondevano. Si voltò verso il leggio, dove il violoncello lo aspettava.
Da quasi un anno Lucien Meylan non terminava una composizione. Ne aveva cominciate sette, due sonate, un quartetto, tre piccoli pezzi per pianoforte e un valzer che aveva scritto e riscritto tante volte da consumare la carta lungo le pieghe, e nessuno di quei lavori superava le prime pagine. Il tremore non aveva colpito soltanto l'esecuzione: aveva incrinato anche il modo in cui pensava alla musica. Ogni frase sembrava interrompersi appena cercava di costringerla in una forma definitiva. Un impresario aveva smesso di rispondere alle lettere, un collega gli aveva consigliato un medico. Lucien aveva ringraziato senza prendere appuntamento. Non aveva ancora trentun anni e già sentiva gli altri guardarlo come si guarda un musicista alla fine della carriera. Era questo che non riusciva ad accettare. Non il tremore: il limite.
Quella sera prese l'arco e la mano destra tremò, come sempre. Aspettò. Per qualche secondo non accadde nulla, poi il calore dell'assenzio raggiunse lo stomaco e si diffuse nel petto, e Lucien chiuse gli occhi e appoggiò l'arco sulla corda. La prima nota fu imperfetta, la seconda meno, e alla terza il tremore gli sembrò sparito. Josepha lo guardava e gli disse di continuare. Era una melodia semplice, una frase che aveva tentato decine di volte senza riuscire a darle una direzione, ma quella sera la nota successiva sembrò arrivare da sola, e poi un'altra, e un'altra ancora. A un certo punto, sulla parete accanto alla stufa, il vapore sopra il bicchiere si mosse, e Lucien rallentò: per un istante gli sembrò di vedere due braccia, sottili e bianche che danzavano al ritmo della melodia. Poi Josepha cambiò posizione, l'immagine scomparve e lui fermò il fraseggio. Lei gli chiese perché si fosse fermato. Lucien non rispose e riprese a suonare.
La bottiglia veniva da Émile che non si era fidato subito: ci aveva messo quasi tre settimane prima di cedere alle insistenti lusinghe. Lucien lo conosceva da bambino e ricordava un uomo alto, con grandi mani rosse e una risata che riempiva la cucina dei suoi genitori; quello che aveva ritrovato a Couvet era invece curvo, asciutto, con i capelli completamente bianchi e poche parole. Quando gli aveva chiesto dell'assenzio, il vecchio aveva fatto finta di non capire, ricordandogli che era proibito, e a Lucien che rispondeva di saperlo aveva replicato che allora sapeva abbastanza. Soltanto quando Lucien pronunciò il nome di suo padre, Émile alzò gli occhi. Due sere dopo gli disse di aspettarlo fuori dal paese e camminarono quasi un'ora nel bosco, lungo un sentiero che saliva tra rocce umide e felci marce. Émile procedeva senza lampada, come se conoscesse ogni radice, e Lucien lo seguiva respirando l'odore della terra.
Il rifugio era molto più piccolo di quanto avesse immaginato. Nessun laboratorio segreto, nessuna grande distilleria: una costruzione di pietra nascosta contro la montagna, coperta di rami e muschio, con dentro una caldaia annerita, alcuni recipienti di rame, un serpentino e un fuoco basso. Il vapore condensava sulle pareti e l'odore era così forte che Lucien lo sentì sulla lingua. Sotto il serpentino cadeva una goccia, poi un'altra, e il liquido era trasparente. Lucien si aspettava il verde, ma Émile sorrise per la prima volta: il verde piaceva a Parigi, e agli ispettori piaceva ancora di più. Questa, disse, non si vedeva. La chiamavano la Bleue. Lucien ne bevve un sorso e il vecchio lo fermò prima del secondo, avvertendolo di andare piano. Lucien rise, Émile no. Lucien gli chiese se avesse dello zucchero, e il vecchio lo guardò come si guarda uno che chiede il burro per il vino: gli disse che la Bleue non ne aveva bisogno, che lo zucchero serviva a chi doveva mandar giù la roba verde dei caffè di Parigi, per addolcire quello che non aveva il coraggio di bere. Lucien non disse niente, ma decise che lui ne avrebbe usato lo stesso. Prima di salutarlo, Émile gli consegnò una bottiglia senza etichetta e un mazzetto di erbe essiccate. Poi aggiunse soltanto che suo padre sapeva fermarsi. «Anch'io», disse Lucien. Émile lo fissò per qualche secondo. «Spero.»
Per alcune settimane Josepha fu parte del rito. Dopo cena portava il bicchiere nello studio mentre Lucien preparava lo spartito, posava la zolletta sul cucchiaio e versava. All'inizio contavano insieme: una, due, tre. Lucien sosteneva che il momento esatto in cui il liquido diventava opalescente modificasse il sapore; Josepha gli diceva che era una sciocchezza, ma lui insisteva. Josepha dipingeva mentre lui suonava, ed era diventato il momento migliore della giornata. Lucien aveva ripreso a comporre, e non qualche battuta soltanto: pagine intere. Diceva di sentire la musica prima ancora di suonarla, finché una sera si corresse. Non la sentiva, la vedeva. Le note avevano un colore, e con la punta della matita le indicò a Josepha sul pentagramma: quella era blu — anche se lei ci vedeva soltanto un do — e quelle erano gialle, ma non come il sole: come il vetro quando dietro c'è una candela. Josepha non lo prese in giro. Era una pittrice e sapeva che esistono cose che la lingua non riesce a descrivere, e che a volte un colore è più preciso di una parola. Fu quando indicò una nota isolata, bianca, quasi invisibile sulla carta, che Lucien sollevò lo sguardo e vide, accanto alla finestra, una donna alta e sottile, avvolta in veli di un verde smorto, come la nebbia quando si posa sull'erba. Josepha si voltò, ma la donna non c'era più. Ispirato dall'apparizione della misteriosa figura, quella notte Lucien compose fino all'alba. Non fu il valzer che da un anno consumava la carta lungo le pieghe, o meglio lo fu, ma la frase che tante volte aveva lasciato in sospeso adesso aveva un seguito: lento, struggente, in minore, continuamente vicino a una risoluzione che non arrivava. Gli sembrò che qualcuno gliela dettasse, una nota alla volta, da un punto accanto alla finestra.
Nei giorni successivi Lucien rivide la sua nuova musa più volte. Tre giorni dopo, aveva anche un nome: Misia. Josepha stava pulendo i pennelli in cucina quando lo sentì parlare nello studio e credette che fosse arrivato qualcuno, ma sulla soglia trovò Lucien solo, seduto davanti allo spartito con il bicchiere quasi vuoto, che annuiva lentamente come se qualcuno gli stesse spiegando qualcosa. Quando lei gli chiese con chi parlasse, lui sembrò sorpreso di vederla, e rispose che non era niente. Ma aveva detto un nome, e Josepha guardò la bottiglia sul tavolo, il mazzetto di erbe essiccate appeso accanto alla stufa, e pensò ad Artémisia. Lucien sorrise e scosse la testa: non Artémisia, Misia. Pronunciò l'ultima sillaba allungandola appena, Misiia, come se il nome appartenesse a un'altra lingua. Alla domanda su chi fosse, abbassò gli occhi sul pentagramma e disse soltanto: «Lo sai.» Josepha non lo sapeva. Non ancora.
Con dicembre arrivò la neve: prima poca, sulle cime e nei prati più alti, poi una notte ricoprì anche la valle. La casa divenne silenziosa e il mondo oltre le finestre perse colore: bianco, nero, grigio. Lucien smise quasi completamente di uscire. Émile gli portava una bottiglia ogni tanto, mai più di una, così lui trovò altri modi per procurarsene: scendeva a Couvet, in una taverna del paese, dove le bottiglie senza etichetta passavano sotto il banco e nessuno faceva domande a un ospite dei Meylan. Josepha lo capì dal fango sugli stivali e dalle bottiglie che comparivano senza che lui dicesse nulla, perché quando chiedeva, Lucien cambiava discorso. Il valzer intanto cresceva: quaranta pagine, poi cinquanta. Correggeva di continuo le prime battute, aggiungeva variazioni, eliminava intere sezioni per ricostruirle durante la notte. Quando Josepha gli chiese se non dovesse essere già finito, rispose che mancava la risoluzione, sospesa da tre settimane perché non era ancora pronta. E alla domanda se parlasse della musica, la guardò e disse: «Misia.»
Fu la prima volta che Josepha provò gelosia, e la sensazione la sorprese. Non era gelosia per una bottiglia, né per l'alcool: era per una donna che non esisteva. Lucien parlava di lei come di una persona. Misia preferiva una frase, Misia trovava volgare un accordo, Misia voleva che ripetesse un passaggio, Misia non amava il sole del mattino, e arrivava soltanto quando il liquido nel bicchiere diventava bianco. Una sera Josepha entrò nello studio e lo trovò seduto sul pavimento, che rideva, e che le fece cenno di tacere perché lei stava cantando. Josepha ascoltò: la stufa, il vento, un ramo contro il vetro. Guardò la parete vuota e sentì qualcosa stringerle lo stomaco. Disse che non c'era nessuno, e il sorriso di Lucien scomparve. «Abbassa la voce», disse. «Misia sta ascoltando.»
Josepha smise di preparargli lo zucchero. Non lo decise in un momento preciso: una sera lasciò semplicemente la caraffa sul tavolo, e quando lui le chiese se lo avrebbe fatto lei rispose che poteva farlo da solo. Quella notte il bicchiere se lo preparò senza di lei. Il giorno dopo Josepha nascose la bottiglia e Lucien la trovò, poi nascose le zollette e lui uscì a comprarne altre, e quando tornò posò il pacchetto sul tavolo dicendo che era ridicolo, era soltanto zucchero. Josepha avrebbe voluto rispondergli che non era lo zucchero, era lei, ma si sentì stupida: come si può accusare un'allucinazione di rubarti l'uomo che ami? Gli disse invece di guardarsi. Lucien abbassò gli occhi sul proprio corpo, era dimagrito, la camicia gli cadeva larga sulle spalle, la barba cresceva irregolare, le dita tremavano anche quando non impugnavano l'arco, e sorrise. Stava bene, non era stanco, non aveva fame, e quando suonava la mano non tremava. Josepha sapeva che non era vero, aveva sentito l'arco vibrare, scivolare, perdere pressione, ma Lucien non se ne accorgeva più. O non voleva. Le disse che lei non capiva, che prima sentiva la musica e adesso poteva entrarci.
Fu una sera di metà dicembre che Josepha decise. Era rimasta sulla soglia dello studio con il vassoio della cena in mano, e Lucien, senza voltarsi, aveva spiegato a qualcuno accanto alla finestra che quella era Josepha, che non doveva avercela con lei, che era soltanto stanca. Parlava di lei in terza persona, davanti a lei, come si parla di una persona che non può sentire. Josepha posò il vassoio e non disse niente.
Partì tre giorni prima di Natale. Non ci fu una lite. Josepha avrebbe quasi preferito che ci fosse. Preparò una valigia mentre Lucien lavorava nello studio, piegò i vestiti, avvolse i pennelli in un panno, prese due tele. La terza rimase sul cavalletto, il ritratto incompleto di Lucien seduto davanti alla finestra con il violoncello tra le gambe: aveva iniziato il volto e poi si era fermata, perché non riusciva più a riconoscere l'espressione che avrebbe dovuto dipingere. Lucien comparve sulla porta, guardò la valigia e chiese quali erano le sue intenzioni. Lei rispose che se ne andava, e alla domanda per quanto tempo capì che lui non aveva compreso niente. Lucien annuì, come se gli avesse detto che sarebbe uscita a comprare il pane.
In un ultimo amorevole disperato tentativo, Josepha gli si avvicinò e gli chiese di venire con lei, ma Lucien disse che non poteva, che doveva finire, che mancava poco, e lei lo prese per il viso, le guance fredde sotto le dita, e gli chiese di guardarla. Lui obbedì, e per alcuni secondi Josepha ritrovò l'uomo che aveva conosciuto in passato, quello che si fermava davanti alle vetrine dei negozi di colori perché non riusciva a capire come qualcuno potesse avere bisogno di quaranta tonalità diverse di blu, quello che aveva dormito per terra accanto a lei quando aveva avuto la febbre, quello che diceva che i pittori erano musicisti incapaci di leggere uno spartito. Lo baciò, e Lucien rispose. Poi, a metà del bacio, aprì gli occhi e guardò oltre la sua spalla, e Josepha si staccò.
Prese la valigia e alla porta si fermò. Gli disse che lo amava, e Lucien abbassò gli occhi: «Lo so, sono fortunato ad avere voi due.» Gli disse che lei non esisteva, e lui sorrise con una tenerezza che fece più male di qualsiasi insulto. «È quello che pensa anche lei di te.» Josepha uscì. Lucien richiuse la porta e non la seguì.
Dopo la partenza di Josepha, Misia non ebbe più bisogno del bicchiere. Era nel vetro delle finestre, nella neve, nel vapore del respiro, nel suono che facevano i tronchi quando il gelo li stringeva durante la notte. Lucien la vedeva tra gli alberi e a volte usciva per seguirla, senza cappotto, una notte persino senza scarpe. La neve gli bruciava i piedi, ma Misia camminava poco più avanti, il vestito, ogni notte più chiaro, ormai quasi bianco, che sfiorava i rami senza muoverli, e lui non voleva perderla. Si voltava, sorrideva, poi spariva tra i pini, e Lucien continuava a cercarla finché il freddo non gli impediva di camminare. Al ritorno trovava spesso lo studio diverso da come lo ricordava, fogli sul pavimento, inchiostro rovesciato, bicchieri, zollette mordicchiate. Non ricordava di aver fatto quelle cose, ma non aveva importanza: il valzer continuava a crescere.
Una notte sentì voci nel bosco. Spense la lampada e rimase immobile dietro la finestra, e vide due figure tra gli alberi: ispettori, quelli della Regìa. Erano venuti per Émile. No, erano venuti per lui, per prendere lo spartito, per portare via Misia. Aspettò con il violoncello stretto contro il petto mentre si avvicinavano, finché qualcuno bussò e una voce lo chiamò per nome. Era la voce di Émile. Lucien appoggiò l'occhio alla fessura della tenda e vide un vecchio solo, stanco, senza nessun ispettore, e aprì. Émile entrò e guardò prima i bicchieri, poi lui. Raccolse una bottiglia, la annusò e disse che quella non era sua. «È sua», rispose Lucien, e non volle dire di chi. Il vecchio vide lo spartito, i fogli ovunque, le note sovrapposte, le correzioni, le macchie, e chiese dove fosse la ragazza. Quando seppe che era partita rimase in silenzio, poi si avviò verso la porta con la bottiglia, e Lucien gli afferrò il braccio.
Alle sue spalle sentì Misia ridere, non forte. Si voltò e la vide accanto alla stufa, bellissima, e lei gli disse di non dargliela. Lucien strinse più forte il braccio di Émile, ripeté che era sua, e il vecchio seguì il suo sguardo senza vedere nulla. Lasciò la bottiglia sul tavolo. «Tuo padre sapeva fermarsi», disse. Lucien sorrise. «Mio padre non ha mai visto quello che ho visto io.» Émile uscì, e quella fu l'ultima volta che Lucien lo vide.
La nota finale non arrivava. Gennaio ricoprì la valle di ghiaccio e il valzer era terminato, tutto tranne l'ultima risoluzione. Lucien provò un sol, no, poi un mi, peggio, modificò la tonalità, risalì di una terza, cambiò il basso, ma ogni soluzione chiudeva la musica, e Misia non voleva una chiusura. Voleva un passaggio. Lo comprese una notte in cui il cielo era così limpido che le stelle sembravano bucare il buio. Preparò il bicchiere, versò la Bleue, posò il cucchiaio e prese una zolletta, ma le dita tremavano tanto che lo zucchero cadde sul tavolo, e lui lo raccolse sorridendo. «Ancora uno zuccherino», si disse. «Una sola zolletta. Piccola. Per riprendere il viaggio.»
Misia era seduta dall'altra parte del tavolo, e quando Lucien posò lo zucchero sul cucchiaio scosse la testa. «Non questa volta.» Si alzò, e il suo vestito era completamente bianco, non più verde smorto come le prime volte, bianco come la neve. Lucien guardò la zolletta e chiese come avrebbe fatto a continuare, e lei gli si avvicinò e gli sfiorò la guancia con una mano calda, così calda, che gli fece chiudere gli occhi. «Non devi addolcire ciò che vuoi conoscere.» Lucien tolse il cucchiaio, portò il bicchiere alle labbra e bevve.
La musica arrivò immediatamente, non dalla stanza ma da fuori, dal bosco. Lucien aprì la porta e il freddo entrò nello studio senza che lui lo sentisse, e Misia era già sulla neve, ad aspettarlo. Prese il cappotto ma poi lo lasciò sulla sedia, perché non serviva. Prese lo spartito, lo guardò, e anche quello non serviva. Prese il violoncello, e Misia sorrise, e lui lo appoggiò di nuovo al muro: finalmente comprese che non aveva bisogno di portare nulla. La neve scricchiolò sotto i piedi e il cielo era pieno di stelle, migliaia, e Lucien alzò il viso e le riconobbe. Erano gli occhi di Misia, tutti, e lo guardavano.
Lei avanzava tra gli alberi e lui la seguì. Il bosco non era più scuro, ogni ramo sembrava illuminato dall'interno, la neve aveva riflessi azzurri, viola, oro, e le note del valzer passavano tra i tronchi come nastri colorati. Lucien tese la mano e una nota gli sfiorò le dita, bianca, quella che aveva cercato. Misia si fermò, e dietro di lei il bosco si apriva su una distesa di luce dove non c'era più neve, non c'erano alberi, non c'era il Val-de-Travers, soltanto musica. Lucien guardò la propria mano ed era ferma, nessun tremore. La mosse, perfetta, e rise: lo aveva sempre saputo. Misia aprì le braccia e lui avanzò. Il freddo gli entrava nelle gambe, nel petto, nelle mani, ma lui sentiva calore, un calore profondo, materno, infinito. Si lasciò cadere contro di lei e Misia lo accolse. Le sue braccia erano più fredde dell'inverno nero che avvolgeva il bosco, ma Lucien non poteva saperlo: per lui erano casa.
Chiuse gli occhi. La nota mancante risuonò, finalmente, e il valzer trovò la propria risoluzione. Lucien chiese cosa sarebbe successo adesso, e Misia gli accarezzò i capelli e rispose che adesso doveva dormire. Per quanto, domandò lui, e lei avvicinò le labbra al suo orecchio. «Fino alla rinascita.» Lucien si abbandonò.
All'alba le stelle cominciarono a spegnersi, una dopo l'altra. Gli occhi di Misia scomparvero dal cielo, il bosco tornò grigio, il vento cessò. Sulla neve rimanevano le impronte di un uomo: arrivavano dal fondovalle, proseguivano tra gli alberi, poi si fermavano. Nient'altro. Nella casa, sul tavolo dello studio, il bicchiere era ancora vuoto e accanto c'era una zolletta di zucchero intatta, e sul leggio restava l'ultima pagina del valzer, con l'inchiostro allargato sulla carta e le note che si sovrapponevano, salivano oltre il pentagramma, attraversavano i margini, si rincorrevano senza più battute né tempo.
Più in alto, nei boschi, Émile accese il fuoco sotto la caldaia e aspettò che il rame si scaldasse. Controllò il serpentino. Dopo qualche minuto cadde la prima goccia, poi la seconda, poi la terza. Trasparente, silenziosa, inafferrabile.
La Bleue continuò a scendere.
Scritto da
L'autore
Patrice Pfirter
Informatico di professione, nel tempo libero si dedica alla ricerca storica indipendente e alla scrittura. Cura le Cronache del 1500, scrive racconti di fantasia ed è autore del romanzo storico Morgenstern. Biografia e metodo di ricerca .
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