- Conflitti -

Le stelle non cadono

L'essere umano si adatta e fa diventare normalità anche il proprio dolore perché non conosce altro

L'essere umano si adatta e fa diventare normalità anche il proprio dolore perché non conosce altro

Tariq aveva cinque anni e due occhi enormi, capaci di trasformare in gioco qualunque cosa il mondo gli mettesse davanti. Non sapeva cosa fosse un confine, non sapeva cosa fosse la politica, non sapeva che la sua vita non era la vita di tutti i bambini della terra. Per lui era semplicemente l'unica vita possibile, e dunque normale.

Non conosceva internet, non conosceva i giochi elettronici. Della corrente elettica aveva sentito parlare, ma restava un concetto astratto quanto le storie che si raccontavano la sera, quando ancora qualcuno aveva voglia di raccontarle. Sapeva che esistevano scatole capaci di tenere il cibo freddo, e piccoli apparecchi che permettevano di parlare a chi stava lontano, ma erano cose di un altro mondo, non del suo. Il suo mondo erano palazzi sventrati, polvere che non si posava mai del tutto, e adulti che a volte piangevano senza motivo apparente. Con quello che aveva, Tariq costruiva i suoi giochi: lanciava sassi, correva tra le macerie, inventava regole che cambiavano ogni giorno. Come un cucciolo che impara a cacciare fingendo di farlo, lui imparava a sopravvivere fingendo di giocare.

Il suo gioco preferito, quello che aveva inventato lui, si chiamava «Trova il tesoro». Consisteva nel raccogliere pezzi di metallo contorto, bossoli vuoti, schegge di vetro smerigliate dal sole, e nasconderli uno per uno lungo il perimetro del quartiere, per poi ritrovarli qualche giorno dopo, quando la memoria del nascondiglio si era fatta abbastanza incerta da rendere la ricerca interessante. Teneva la sua collezione in una scatola di latta arrugginita, sepolta sotto una lastra di cemento vicino a casa: bottoni spaiati, una moneta straniera, un fiore secco pressato tra due schegge di piastrella. A ogni oggetto Tariq attribuiva una storia inventata da lui, perché nessuno gliene aveva mai raccontata una vera.

I giorni si somigliavano tutti, ma ogni giorno portava un gioco diverso.

Quel pomeriggio toccava al nascondino. Adam, il suo migliore amico, aveva già contato fino a venti dietro un muro mezzo crollato, e Tariq correva a cercare un buco buono, uno di quelli che conosceva a memoria: la crepa dietro il forno del panettiere, l'intercapedine tra due lastre di cemento, il vano di una porta che non portava più da nessuna parte.

Fu allora che sentì l'allarme.

Lo conosceva da sempre, da prima ancora di ricordare la propria voce. Sapeva cosa voleva dire, sapeva dove andare: verso gli edifici ancora in piedi, quelli con più muri sopra la testa. Il più vicino era l'ospedale. Glielo avevano detto tante volte, gli adulti, con quella voce che usavano solo per le cose importanti: lì siete più al sicuro. Tariq ci corse dentro ridendo, perché anche questo, in fondo, era parte del gioco: nascondersi meglio di Adam, trovare il buco più difficile da scovare. Superò due infermiere che spingevano una barella vuota, un uomo seduto per terra con la testa tra le mani, un cane che girava in tondo senza padrone lungo il corridoio d'ingresso. Nessuno lo fermò: un bambino che corre, in quei corridoi, non era una cosa che valesse la pena notare.

Si infilò in uno stanzino tra due porte, tra un secchio e una scopa appoggiata di traverso, si fece piccolo, trattenne il fiato come gli aveva insegnato sua madre. Fu allora che il rumore arrivò: non un tuono lontano, ma qualcosa che gli entrò nel petto prima ancora che nelle orecchie. Le pareti tremarono, la polvere scese dal soffitto come neve sporca, una luce troppo bianca passò sotto la porta e sparì. Che sfortuna, pensò Tariq, stringendo le ginocchia al petto, proprio il nascondiglio che avevo scelto. Non capiva com'era possibile che il posto sicuro non fosse stato sicuro. Restò lì ancora un poco, a contare in silenzio come faceva sempre, aspettando il momento giusto per uscire senza essere visto: un'abitudine che non lo aveva mai tradito. Il suo nascondiglio, quello, aveva retto. Nessuno l'aveva trovato, nemmeno il rumore.

Quando uscì all'aria aperta, la gente correva e gridava in un modo che Tariq non aveva mai visto nemmeno tra gli adulti più agitati. C'era chi chiamava nomi verso il cielo, chi scavava a mani nude in un cumulo che fino a un'ora prima era un corridoio. Una donna teneva in braccio un bambino più piccolo di lui, immobile, e gli cantava piano una ninnananna che nessuno intorno stava ascoltando. Vicino all'ingresso, mezzo sepolto nella polvere, c'era un sandalo blu, piccolo, uguale a uno che Tariq aveva visto un'infinità di volte ai piedi di Adam. Non lo riconobbe come tale, o forse scelse di non farlo, e continuò a guardarsi intorno. Poco più in là un uomo anziano ripeteva lo stesso nome di donna, sempre alla stessa altezza di voce, come una cantilena che non gli chiedeva più una risposta ma solo di essere continuata. Un ragazzo con una benda già sporca sull'occhio distribuiva bottiglie d'acqua a chiunque gli passasse vicino, meccanicamente, senza guardare in faccia nessuno. Tariq guardò tutto questo con la testa inclinata, come si guarda un gioco di grandi di cui non si conoscono ancora le regole.

Fu suo fratello Samir a trovarlo, undici anni, la maglietta strappata su una spalla e una mano che stringeva già troppo forte per essere solo una mano di ragazzo. «Dobbiamo andare», disse, senza fiato. «Questo posto non va più bene per noi.»

Tariq cercò con gli occhi tra la folla. «Aspetta. Devo salutare Adam.»

Non lo trovò. Pensò che fosse ancora nascosto, magari in un'altra ala dell'ospedale: ci avrebbe scommesso, gli era sempre piaciuto nascondersi lì vicino. Chiamò il suo nome una volta, due volte, verso il fumo che saliva dritto nel cielo senza vento. Samir guardò per un istante nella stessa direzione del fratello, poi distolse lo sguardo in fretta, come chi ha visto qualcosa che preferisce non restare negli occhi di un bambino di cinque anni. Lo tirò per il polso prima che potesse chiamare una terza volta.

La strada verso sud era piena di altre famiglie che portavano quello che potevano: materassi arrotolati sulle spalle, taniche vuote, bambini più piccoli legati addosso con teli annodati. Nessuno correva più; camminavano tutti con lo stesso passo lento e ostinato, come se la fretta si fosse esaurita insieme all'acqua. Dopo un po' Tariq smise di fare domande su dove stessero andando: aveva imparato che le risposte di Samir erano sempre le stesse, un «avanti» detto con voce piatta. Si mise allora a contare i passi, poi i sassi bianchi sul ciglio della strada, poi le carcasse di auto bruciate che superavano una dopo l'altra, tappe di un percorso che solo lui riusciva a rendere sopportabile.

Verso il tramonto affiancarono per un tratto una famiglia con tre bambine, la più piccola addormentata sulle spalle del padre nonostante gli scossoni del cammino. Una delle bambine, forse coetanea di Tariq, gli mostrò senza dire nulla una bambola di stoffa a cui mancava un braccio; lui, di rimando, le fece intravedere la scatola di latta, socchiudendo il coperchio quel tanto che bastava a farle vedere il luccichio della moneta straniera. Nessuno dei due sorrise, ma per una decina di minuti camminarono affiancati, mostrandosi a turno il proprio tesoro, finché la strada si biforcò e le due famiglie presero direzioni diverse senza salutarsi.

A un certo punto attraversarono un cancello fatto di reticolati e uomini con le armi in spalla. Un soldato, più giovane di quanto sembrasse da lontano, fece cenno a Samir di svuotare lo zaino a terra. Ne uscirono due bottiglie vuote, un pezzo di pane raffermo, e la scatola di latta con dentro il tesoro di Tariq, sopravvissuta chissà come al viaggio. Il soldato la aprì, la rigirò tra le mani per un tempo lunghissimo, come se stesse valutando se valesse la pena di confiscarla. Poi la richiuse e la lasciò cadere di nuovo nello zaino, senza una parola, senza uno sguardo per il bambino che la reclamava con gli occhi spalancati. A Tariq sembrò solo un altro gioco strano degli adulti, con regole che nessuno gli spiegava.

Chiese di mamma. Samir gli disse che non poteva più raggiungerli, che da ora dovevano arrangiarsi da soli, e lo disse guardando avanti, non lui, con la voce di chi ha imparato a mentire un po' e a dire la verità un po', mischiando le due cose finché non si distinguono più.

Si fermarono a dormire su una spiaggia, tra scogli anneriti e resti di una baracca di pescatori che il mare aveva già cominciato a riprendersi. A Tariq piacque subito quel posto: il rumore delle onde era come una ninnananna, diverso da ogni altro rumore sentito quel giorno, e per la prima volta da ore sentì le palpebre farsi pesanti. Prima di chiudere gli occhi chiese a Samir se voleva giocare a «Trova il tesoro», un'ultima partita prima di dormire. Samir scosse la testa, senza rabbia, e gli disse solo di riposare. Tariq strinse la scatola di latta contro il petto e si addormentò cullato dal mare, svegliandosi più volte per quelle che gli sembravano stelle cadenti, bagliori veloci, lontani, ma non del tutto silenziosi. Sapeva bene che le stelle cadenti non cadono davvero sulla terra, e non fanno rumore. Quelle, invece, un rumore lo fecero, sordo e profondo, ma erano lontane, e questo bastò a farlo riaddormentare ogni volta.

In un'altra vita, davanti a stelle che cadono, si esprime un desiderio. Se Tariq ne avesse conosciuto l'usanza, ne avrebbe avuto uno solo: rivedere sua madre. Gliene aveva parlato lei stessa, prima di lasciarli andare, con parole che lui aveva ascoltato senza capire fino in fondo: che un giorno, forse, non si sarebbero più rivisti, che avrebbero dovuto cambiare posto ancora e ancora, che avrebbe perso degli amici e ne avrebbe trovati di nuovi, perché la vita, quella cosa che la mamma chiamava ingiusta senza che lui sapesse cosa volesse dire, insegna comunque ad andare avanti.

La mattina dopo, mentre Samir smontava il poco che avevano portato, Tariq si mise a giocare sulla sabbia, la scatola di latta posata accanto a sé, aperta al sole. Scavò con le mani una piccola trincea, poi un cumulo, poi affondò le dita cercando qualcosa che aveva sepolto lui stesso un attimo prima, fingendo di non sapere dove fosse. Era il gioco del soccorritore, un altro dei suoi: si scava, si cerca, e alla fine si trova sempre qualcuno. Ripeté il gesto più volte, sempre uguale, sempre con la stessa concentrazione di chi sta davvero salvando qualcuno, mentre la marea, poco più in là, cancellava una a una le sue vecchie impronte sulla riva. Ogni volta che le sue dita toccavano di nuovo l'oggetto sepolto, un sasso, una conchiglia, una volta persino la scatola di latta stessa, sorrideva come se il ritrovamento fosse una sorpresa vera, mai vista prima.

Samir, seduto poco distante con lo zaino ancora da chiudere, lo guardò scavare per un lungo momento. Non disse nulla. Non lo fermò. Restò semplicemente seduto lì, le braccia intorno alle ginocchia, a fissare le mani del fratello che affondavano nella sabbia una volta dopo l'altra.

Scritto da

Patrice Pfirter
Patrice Pfirter

L'autore

Patrice Pfirter

Informatico di professione, nel tempo libero si dedica alla ricerca storica indipendente e alla scrittura. Cura le Cronache del 1500, scrive racconti di fantasia ed è autore del romanzo storico Morgenstern. Biografia e metodo di ricerca .

Copertina di Morgenstern

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Questo racconto è un'opera di fantasia. Per la generazione delle immagini e come supporto alla scrittura l'autore si è avvalso dell'intelligenza artificiale. Ispirazione, trama e stile restano interamente opera sua.

Lo scrigno segreto
Il coperchio non era chiuso a chiave. Si aprì con un cigolio leggero che parve un sospiro. Michael si aspettava di trovare le monete che il padre non aveva versato alla chiesa. Si aspettava l'oro della “decima rubata al Signore”, o magari qualche gioiello di famiglia salvato dalla miseria. Invece, la scatola era piena di carta. Fogli ingialliti, piegati e ripiegati, nascosti per anni sotto i piedi di chi lavorava.
Michael ne prese uno a caso.
E il silenzio della bottega non fu più silenzio.
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Ultimo aggiornamento: 20 febbraio 2026

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